Un fumo bianco e denso avvolse istantaneamente il centro del capannone, azzerando la visibilità. I colpi d'arma da fuoco risuonarono frenetici, rimbombando contro le pareti di lamiera come una serie di tuoni assordanti. I proiettili sibilavano nell'aria, impattando contro i container di ferro e provocando una pioggia di scintille.
«Sparate! Sparate dove si trova!» urlava la voce isterica di Viktor tra le cortine di fumo. «Non fatelo uscire vivo!»
Sfruttai il caos a mio favore. Conoscevo la tattica d'assalto a corto raggio. Strisciai rapidamente lungo il fianco sinistro dell'area, rimanendo accucciato dietro la fila di casse. Individuai la sagoma di uno degli uomini armati che si muoveva alla cieca con il fucile imbracciato.
Senza fare il minimo rumore, mi alzai alle sue spalle, gli afferrai il polso armato deviando la canna verso l'alto e gli sferrai una violentissima gomitata alla gola. L'uomo capitombolò a terra privo di sensi, lasciando cadere la sua arma. Raccolsi il fucile d'assalto, rimossi la sicura e mi rimisi subito in movimento.
«Uno in meno,» mormorai tra me e me.
Mentre il fumo cominciava lentamente a diradarsi sotto le correnti d'aria della struttura dismessa, scorsi un secondo mercenario che si stava avvicinando minacciosamente alla sedia dove Marcus era ancora legato. L'uomo voleva usarlo come scudo umano.
Non gli diedi il tempo di reagire. Feci fuoco con due colpi precisi alle gambe. Il mercenario cadde urlando di dolore, accasciandosi sul pavimento di cemento.
«Marcus! Muoviti!» ruggii mentre correvo verso di lui.
Con un movimento rapido del mio coltello tattico, tagliai le corde di canapa che legavano i polsi e le caviglie del commissario. Nonostante i colpi subiti al volto, Marcus si dimostrò lucido e reattivo: afferrò immediatamente la pistola del mercenario a terra e si rimise in piedi, posizionandosi spalla a spalla con me.
«Ci hai messo un po' troppo, Gabriel,» disse Marcus sputando un filo di sangue, ma con un grintoso accenno di sorriso sulle labbra.
«Scusami il ritardo, la neve bloccava il traffico,» risposi secco.
All'improvviso, una raffica di proiettili ci costrinse a ripararci dietro un pilastro di cemento armato. Viktor ed i suoi ultimi due uomini rimasti stavano ripiegando verso l'uscita posteriore del molo, dove un motoscafo veloce era ormeggiato al banchina.
«Gabriel! Pensi davvero di aver vinto?!» gridò Viktor mentre correva verso la barca. «Se anche mi fermi qui, non potrai mai salvare la tua bambina! Ho inviato una squadra a setacciare l'intera città! Troveranno Sarah, troveranno la ragazzina e bruceranno tutto quanto!»
Le sue parole mi colposero come una mazzata sul petto. Come faceva a sapere di Sarah?
«Marcus, pensa tu a sistemare questi mercenari!» urlai al commissario. «Io devo andare da mia figlia!»
«Va', Gabriel! Ci penso io qui!» ruggì Marcus, sporgendosi dal pilastro e aprendo un fuoco di sbarramento che costrinse i due mercenari a coprirsi, impedendo loro di salire sul motoscafo.
Corsi verso la mia vettura come mai avevo corso in vita mia. La rabbia e il terrore si mescolavano nel mio sangue in una miscela esplosiva. Salii in macchina, feci slittare le ruote sul fango della riva e mi lanciai a folle velocità verso la casa di Sarah.
L'ansia mi divorava da dentro. Impiegai solo dieci minuti per percorrere una strada che normalmente ne richiedeva venti. Svoltando nell'ultima traversa prima della casa di Sarah, la mia peggiore paura trovò conferma: un SUV nero con i vetri oscurati era parcheggiato proprio davanti al cancello d'ingresso.
La porta d'ingresso della casa era stata scardinata con la forza.
Estrassi la mia pistola, feci scattare il carrello per camerare il proiettile ed entrai nell'abitazione in assoluto silenzio. L'interno era a soqquadro: libri a terra, sedie rovesciate, quadri strappati dalle pareti. Un chiaro segno di una perquisizione violenta e rapida.
Seguii le traccie di distruzione fino al salotto principale.
Lì, stesa a terra accanto al divano, c'era Sarah. Aveva una ferita da taglio alla testa e perdeva sangue, ma era ancora viva e si muoveva a fatica.
Mi precipitai al suo fianco, sollevandole la testa. «Sarah! Sarah, mi senti?! Dove sono?»
Sarah aprì gli occhi a fatica, respirando affannosamente. «Gabriel... mi dispiace... erano troppi. Sono entrati con le armi spianate...»
«Dov'è Clara?!» la mia voce tremava violentemente.
«L'hanno presa...» mormorò Sarah con le lacrime che le rigavano il volto insanguinato. «È stata tua madre, Gabriel. Eleanor era con loro. Ha preso la bambina e ha detto... ha detto che se vuoi rivederla viva, devi consegnarti personalmente alla sede centrale della Vance Enterprises entro un'ora.»
Stringevo i pugni fino a farmi sbiancare le nocche. Mia madre era arrivata al punto di rapire personalmente mia figlia, la sua stessa nipote biologica, per usarla come merce di scambio ed estorcermi la chiave dell'eredità.
Guardai l'orologio da polso. Il tempo per l'invio automatico dei dati riservati scadeva esattamente tra quarantacinque minuti.
«La partita finisce stasera,» dissi a me stesso con una determinazione feroce. «E questa volta non ci saranno prigionieri.»






