Fissai il foglio di carta tra le mie mani con gli occhi spalancati dal terrore e dall'incredulità. Il nome scritto dall'inconfondibile grafia di mio nonno sulla riga finale della lettera non apparteneva a un rivale d'affari sconosciuto o a un criminale straniero.
Apparteneva all'uomo che si trovava esattamente a tre metri da me, seduto sulla poltrona davanti al camino, sorseggiando il suo caffè con assoluta tranquillità.
Marcus Thorne.
Il silenzio che calò nella stanza fu istantaneo, soffocante, denso come il fumo dell'incendio di Natale. Il crepitìo del legno nel camino pareva l'unico suono vivo in tutta la casa.
«Gabriel?» chiese Sarah, notando la mia plorante immobilità e il modo in cui le mie mani stavano stringendo il foglio fino a strapparne i bordi. «Cosa c'è scritto? Chi è quest'uomo?»
Lentamente, senza fare movimenti bruschi, alzai lo sguardo sulla figura del commissario Marcus Thorne. L'uomo che consideravo il mio migliore amico, l'uomo che mi aveva salvato la vita in guerra, l'uomo a cui avevo affidato la sicurezza di mia figlia.
Marcus pose con estrema eleganza la tazza di porcellana sul tavolino di vetro. Il suo volto, fino ad allora espressivo e amichevole, si trasformò in una maschera di ghiaccio, del tutto priva di emozioni o calore umano.
«Tuo nonno è sempre stato un uomo troppo intelligente per il suo bene, Gabriel,» disse Marcus con una voce sottile, trasformata, priva di quel tono ruvido che avevo imparato a conoscere negli anni. «Speravo davvero che quella lettera fosse andata distrutta nell'incendio della villa.»
«Marcus...» mormorò Sarah muovendo un passo indietro verso la porta dello studio, il viso bianco come la neve. «Cosa stai dicendo?»
«Non fare un altro passo, Sarah,» ordinò Marcus con una calma spaventosa, estraendo con un gesto lento e calcolato una pistola semiautomatica dotata di silenziatore dalla fondina interna della sua giacca. «Se tocchi quella porta, ti sparo prima che tu possa girare la maniglia.»
Ero rimasto immobile, pietrificato dalla rivelazione, ma il cervello lavorava a mille all'ora per riannodare i fili dell'inganno.
«Sei stato tu fin dall'inizio,» dissi con la voce bassa e profonda per la rabbia. «Tu eri la mente dietro la bancarotta di mia madre. Tu hai spinto Eleanor ed Arthur a sbarazzarsi di Thomas. Tu hai orchestrato il finto rapimento al molo per farti trovare picchiato e non sollevare sospetti!»
Marcus sorrise, un sorriso amaro e privo di qualsiasi traccia di umanità. «Tua madre era un'avida dilettante, Gabriel. Voleva i gioielli e le cene di gala. Mio padre, invece, è stato rovinato da tuo nonno trent'anni fa in una scalata societaria spietata. Mi sono arruolato nella polizia, ho costruito la mia carriera ed la mia reputazione d'uomo d'onore solo per un unico scopo: distruggere i Vance dall'interno e riprendermi ogni singolo centesimo con gli interessi.»
«E hai usato mia madre come una marionetta,» aggiunsi mantenendo il suo sguardo.
«Eleanor è stata facilissima da manipolare,» continuò Marcus alzandosi lentamente dalla poltrona e tenendo la pistola puntata contro il mio petto. «Le è bastato un piccolo suggerimento sulla legittimità di Clara per spingerla ad appiccare l'incendio la notte di Natale. Ma tu sei stato una variabile imprevista, Gabriel. Sei sopravvissuto al fuoco, sei sopravvissuto all'agguato sulla strada di montagna, e sei riuscito a riunire i gemelli.»
«Perché non mi hai ucciso al molo quando ne avevi l'occasione?» chiesi cercando di guadagnare tempo e calcolando la distanza che mi separava da lui.
«Perché mi servivi tu per estrarre i bambini dai loro nascondigli e sbloccare i codici del fondo fiduciario a Ginevra!» rispose Marcus con occhi brillanti di una follia lucida. «Solo la tua impronta biometrica e la presenza fisica di entrambi i gemelli potevano autorizzare il trasferimento dei fondi. E ora che siamo in territorio svizzero, nella tua villa privata, con i bambini qui sopra... il trasferimento è pronto per essere eseguito.»
Marcus estrasse dal cappotto uno scanner portatile biometrico collegato via satellite ai server della banca di Ginevra.
«Fai scendere i due gemelli qui, Gabriel,» ordinò Marcus facendo scattare il carrello dell'arma. «Metti i loro pollici su questo lettore, trasferisci il patrimonio sul mio conto cifrato a Panama, e vi prometto che vi lascerò vivi per ricominciare una nuova vita da poveri in qualche angolo sperduto del mondo. Rifiutati, e vi ammazzo tutti e tre adesso, facendo sembrare il tutto un tragico omicidio-suicidio familiare.»
La porta dello studio in fondo al corridoio era chiusa, ma sapevo che al piano superiore Clara e Leo stavano giocando ignorando il pericolo fatale che incombeva su di noi.
Guardai Sarah, che mi fissava disperata con gli occhi pieni di lacrime. Poi guardai la pistola di Marcus.
«Non toccherai mai quei bambini, Marcus,» dissi facendo un passo fermo verso la canna della sua arma. «Dovrai uccidermi prima.»
«Con immenso piacere, vecchio amico,» rispose Marcus posando l'indice sul grilletto.
Ma prima che potesse fare pressione, dalla porta della vetrata panoramica che dava sul giardino del lago arrivò un boato tremendo: il vetro si frantumò in mille pezzi sotto l'impatto di un colpo di fucile di precisione sparato dall'esterno.
Il proiettile colpì di striscio la spalla di Marcus, facendogli perdere la presa sulla pistola che volò sul pavimento di legno.






