La vista di Victoria davanti ai cancelli della clinica Saint-Gothard mi fece salire un'ondata di adrenalina purissima. Mia sorella non era finita in prigione insieme a mia madre Eleanor perché i suoi avvocati erano riusciti a farla rilasciare su cauzione in attesa di giudizio, sfruttando una falla formale nel mandato d'arresto emesso durante la notte di Natale. E la prima cosa che aveva fatto era stata prendere un volo privato per Zurigo per mettere le mani su Leo.
«Rimani dietro di me, Clara,» sussurrai alla bambina, stringendola forte per mano mentre avanzavamo nell'ombra del viale alberato che portava all'ingresso della struttura.
«Victoria!» la mia voce tagliò l'aria fredda del mattino come una lama d'acciaio.
Mia sorella si voltò di scatto, lasciando quasi cadere il telefono satellitare che teneva in mano. Il suo volto, solitamente truccato ed elegante, appariva tirato, segnato dalla stanchezza e da una disperazione feroce.
«Gabriel?!» strillò Victoria, muovendo un passo indietro verso i suoi due uomini della sicurezza privata. «Come sei arrivato fin qui?! Non dovresti essere a fare le dichiarazioni alla polizia a Milano?!»
«Pensavi davvero che un sicario da quattro soldi bastasse a fermarmi?» dissi avanzando con passo deciso, senza mostrare la minima esitazione. «Sei rimasta la solita vigliacca, Victoria. Usi i soldi di famiglia per pagare criminali perché non hai mai avuto il coraggio di guardare in faccia le tue azioni.»
I due uomini della sicurezza di Victoria portarono d'istinto la mano sotto le giacche per impugnare le armi, ma io mostrai loro distintamente il tesserino d'autorizzazione speciale firmato dal Ministero della Giustizia elvetico che Marcus mi aveva inviato via fax durante la notte.
«Se toccate quelle armi in territorio svizzero,» dissi ai due vigilantes con voce glaciale, «sarete arrestati entro cinque minuti per terrorismo internazionale e traffico di minori. Guardate in alto.»
Sulle colline circostanti e sul tetto della clinica si accesero i fari blu di tre pattuglie della Polizia Cantonale Svizzera che stavano circondando l'intera area. Marcus Thorne aveva coordinato l'intervento con le autorità locali prima del nostro arrivo.
I due guardaspalle si guardarono in faccia, valutarono la situazione e fecero tre passi indietro, alzando le mani in segno di resa e abbandonando Victoria al suo destino.
«Maledetti codardi!» urlò Victoria con la voce incrinata dall'isteria. Poi si voltò verso di me, con gli occhi sgranati dall'odio. «Non puoi togliermi questo bambino, Gabriel! Se Leo rimane sotto la mia tutela, le quote societarie della Vance Enterprises congelate in Svizzera finiranno sotto il mio controllo! Ho bisogno di quei soldi! I miei conti sono stati bloccati dalla Procura!»
«Non ti è mai importato niente di questo bambino, Victoria,» dissi guardandola con profondo disprezzo. «Per te Leo e Clara sono sempre stati solo numeri su un foglio di bilancio, pezzi di carta da bruciare o da vendere al miglior offerente. Ma la commedia è finita.»
In quel momento, le pesanti porte a vetri della clinica Saint-Gothard si aprirono. Un uomo anziano dal portamento distinto, il dottor Weber, direttore della struttura e vecchio amico intimo di mio nonno, uscì sul piazzale scortato da due agenti svizzeri.
Accanto al dottor Weber c'era un bambino di sei anni. Indossava un maglioncino di lana blu, aveva gli stessi capelli dorati e gli stessi enormi occhi scuri di Clara. Era la copia perfetta di mio fratello Thomas da piccolo.
Leo teneva al collo un pendente d'argento del tutto identico a quello di Clara.
Clara fece un passo avanti, lasciando la mia mano. I due bambini si fissarono in silenzio per diversi lunghi secondi attraverso il piazzale innevato. Non si erano mai visti dopo i primi mesi di vita, non avevano alcun ricordo cosciente l'uno dell'altra, ma il legame del sangue e dell'anima risuonò istantaneamente tra di loro in modo magico ed indissolubile.
«Leo?» mormorò Clara con la sua piccola voce dolce.
Il bambino fece tre passi verso di lei, sfiorando il ciondolo che portava al collo. «Clara... il nonno mi aveva detto che un giorno saresti venuta a prendermi.»
Clara corse verso di lui e i due gemelli si abbracciarono stretti sotto la neve che scendeva lieve, mentre i loro due pendenti d'argento si toccarono, producendo un leggero suono metallico che parve spezzare la maledizione che aveva perseguitato la nostra famiglia per un decennio.
Victoria tentò un ultimo disperato gesto: si lanciò verso i bambini urlando che erano suoi, ma gli agenti della Polizia Cantonale la fermarono immediatamente, immobilizzandola sul pavimento di pietra e mettendole le manette ai polsi.
«Victoria Vance, lei è in arresto per mandato cattura internazionale con l'accusa di tentato sequestro di persona, cospirazione ed estorsione,» dichiarò l'ispettore svizzero trascinandola verso la pattuglia.
Victoria gridava e malediceva il mio nome mentre veniva spinta all'interno dell'auto della polizia, fino a quando le portiere si chiusero, soffocando le sue urla nella fredda aria della mattina.
Il dottor Weber si avvicinò a me, stringendomi calorosamente la mano con affetto sincero.
«Tuo nonno sarebbe orgoglioso di te, Gabriel,» disse il vecchio medico con le lacrime agli occhi. «Ha lottato fino al suo ultimo giorno di vita per proteggere questi due piccoli angeli da Eleanor ed Arthur. Ora il suo desiderio più grande si è avverato: sono finalmente insieme e sono sotto la tua custodia.»
Mi chinai sui due bambini che non si staccavano più l'uno dall'altra, sorridendo attraverso le lacrime che mi bagnavano il volto.
«Andiamo a casa, ragazzi,» dissi stringendoli entrambi tra le mie braccia. «Andiamo a costruire una vera famiglia.»
Ma mentre ci avviamo verso il SUV per iniziare la nostra nuova vita, il dottor Weber mi fermò con una leggera pressione sulla spalla, consegnandomi una chiave d'ottone dorata.
«C'è un'ultima cosa che tuo nonno ti ha lasciato, Gabriel,» disse a bassa voce. «Nel suo testamento personale c'è una lettera riservata che puoi aprire soltanto quando entrambi i gemelli saranno al sicuro con te. Contiene la risposta alla domanda che ti tormenta da anni.»






