IL SEGRETO DI CLARA
News Story

IL SEGRETO DI CLARA

93 visualizzazioni

Il panico fu un lampo freddo che mi attraversò il cervello, ma l'istinto di protezione verso mia figlia prese immediatamente il sopravvento.

«Papà! Ho paura!» gridò Clara nell'oscurità, la sua voce acuta spezzata dal primo colpo di tosse. Il fumo denso e grigio cominciava a salire rapidamente dal pavimento, portando con sé il puzzo soffocante di plastica bruciata e accelerante chimico.

«Sono qui, Clara! Non muoverti!» mi sbracciai al buio, facendomi strada a tentoni verso la poltrona. Le mie mani trovarono le sue piccole spalle tremanti. La sollevai di scatto, stringendola contro il mio petto e coprendole la bocca e il naso con la manica della mia giacca.

Mi precipitai verso la porta dello studio e girai la maniglia. Era bloccata. Qualcuno aveva girato la chiave dall'esterno o aveva inserito una stanga per impedirci di uscire.

«Aprite questa maledetta porta!» urlai, sferrando un pugno violento contro il legno massiccio di rovere. «Eleanor! Arthur! Aprite!»

Dall'altra parte della parete giungevano solo suoni confusi. Sentii il rumore imponente di passi svelti che si allontanavano verso l'uscita principale della villa, accompagnati dal suono stridulo delle sirene d'allarme antincendio che finalmente cominciavano a suonare a distesa per tutta la casa.

Avevano appiccato il fuoco. Volevano distruggere le prove, i documenti della lettera e, peggio ancora, volevano eliminare la minaccia rappresentata da me e da Clara.

«Papà, fa caldo... non riesco a respirare,» tossì Clara, la cui stretta attorno al mio collo si stava facendo sempre più debole.

Non c'era tempo per esitare. La porta principale era inaccessibile e il fumo stendeva una cortina nera sempre più spessa. L'aria era diventata rovente.

Corsi verso la grande vetrata dello studio che dava sul giardino posteriore. Presi una pesante sedia in legno intagliato con la mano libera e la scagliai con tutta la forza che avevo contro il vetro stratificato. Il primo impatto produsse solo una ragnatela di crepe. Arretrai e colpii una seconda volta, urlando per la rabbia. Il vetro si frantumò in mille schegge brillanti che caddero sul prato innevato sottostante.

Il vento gelido della notte di Natale irruppe nella stanza, portando una boccata d'aria fresca ma alimentando istantaneamente le fiamme che stavano già divorando la porta d'ingresso e le tende dello studio.

Senza pensarci due volte, scavalcai il davanzale con Clara stretta al petto e mi lanciai nel vuoto dal primo piano.

L'impatto con la neve fresca attutì la caduta, ma la scossa mi fece salire un dolore acuto alla caviglia destra. Ringraziai il cielo che il manto nevoso fosse alto. Mi rialzai a fatica, zoppicando, mantenendo la presa ferma su Clara.

«Stai bene, tesoro? Guardami, stai bene?» le chiesi ansioso, controllando il suo viso alla luce delle fiamme che ormai uscivano dalle finestre del piano superiore.

La bambina annuì piano, spaventata a morte ma incolume. «Sì, papà... ma la casa sta bruciando.»

Mi voltai a guardare la maestosa villa dei Vance. L'ala ovest era già avvolta da una colonna di fuoco e fumo nero che saliva verso il cielo stellato. Sotto il portico anteriore, notai le sagome di mia madre, mio padre, mia sorella Victoria e le sue figlie. Stavano salendo in tutta fretta sul SUV nero di famiglia. Nessuno di loro si era voltato a guardare se fossimo usciti. Nessuno di loro stava chiamando i soccorsi per noi. Per loro, eravamo già cenere.

Un furore primordiale si radicò nel mio petto. Non era più solo una questione di proteggere l'eredità o la reputazione. Era una guerra per la sopravvivenza.

Stringendo Clara, mi addentrai nell'ombra degli alberi del parco della tenuta, evitando la strada principale. Sapevo che se ci avessero visto vivi, avrebbero cercato di completare l'opera. Raggiunsi il capanno del custode nei pressi del cancello secondario, dove tenevo una vettura secondaria di cui solo io possedevo le chiavi.

Sali sul veicolo, sistemai Clara sul sedile passeggero, allacciandole la cintura e coprendola con una coperta pesante che tenevo nel bagagliaio. Estrassi il cellulare. Sullo schermo lampeggiavano diverse chiamate perse, ma ne selezionai solo una.

Il telefono squillò due volte prima che una voce grave e profonda rispondesse dall'altro capo della linea.

«Gabriel? Perché mi chiami a quest'ora la notte di Natale?»

Era il commissario Marcus Thorne, un mio vecchio compagno d'armi ed ex capo della squadra mobile, l'unica persona in tutta la città di cui potessi fidarmi ciecamente.

«Marcus,» dissi con la voce incrinata dalla rabbia e dall'adrenalina. «Hanno dato fuoco alla tenuta Vance. Hanno cercato di uccidere me e mia figlia Clara.»

Ci fu una pausa sbalordita dall'altra parte della linea. «Cosa?! Chi è stato?»

«La mia stessa famiglia,» risposi mentre mettevo in moto il motore ruggente dell'auto. «E ho le prove che dietro la morte dei genitori biologici di Clara ci sono sempre loro. Ho bisogno di un posto sicuro per la mia bambina, adesso. E poi ho bisogno di distruggere ogni singolo pezzo del loro impero.»

«Vieni al mio rifugio in collina,» rispose Marcus senza esitare. «Nessuno conosce quel posto. Ma Gabriel... fai attenzione. Se la tua famiglia è arrivata a tanto, significa che non stanno agendo da soli. C'è qualcuno di molto più potente dietro di loro che tirava i fili fin dall'inizio.»

In quel momento, mentre mi immettevo sulla strada statale coperta di ghiaccio, lo specchietto retrovisore catturò la luce di due fari potenti che si accesero improvvisamente dietro di me, uscendo dal buio della vegetazione.

Un furgone nero senza targa accelerò, puntando dritto contro la mia vettura ad alta velocità.