IL SEGRETO DI GENOVA
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IL SEGRETO DI GENOVA

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I soccorritori della Guardia Costiera e i sommozzatori della Polizia si tuffarono immediatamente nelle acque fredde del Molo Cagni, ma le correnti traditrici del porto antico e il buio pesto della notte rendevano le ricerche difficili e pericolose. Elena e io rimanemmo strette l'una all'altra sotto una coperta termica fornita dai paramedici, osservando le luci dei riflettori che scandagliavano la superficie del mare in tempesta. Chiara venne trasportata in ospedale under custodia di polizia per ricevere le cure necessarie per le ferite riportate durante la prigionia.

Dopo tre ore di ricerche estenuanti, i sommozzatori riemersero. L'ispettore si avvicinò a noi con il volto grave. "Lo abbiamo trovato incastrato sotto le eliche di un rimorchiatore. Non c'è stato nulla da fare."

Guardai il mare un'ultima volta. Non provavo odio, né gioia. Provavo solo una profonda, immensa tristezza per come un uomo avesse potuto barattare l'amore della sua famiglia con la brama di denaro e la codardia, finendo la sua esistenza nel buio e nel freddo delle acque di Genova.

Il giorno seguente, la notizia del clamoroso arresto della banda di De Luca e della scoperta della falsa morte di Marco dominò le prime pagine dei giornali liguri e nazionali. Il caso portuale venne finalmente riaperto, ripulito dalle coperture mafiose grazie alle prove contenute nel fascicolo verde di Chiara e nella borsa di pelle recuperata sul molo.

Tre giorni dopo gli avvenimenti del porto, mi trovavo insieme ad Elena nella navata centrale della Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Il profumo d'incenso e il silenzio solenne della chiesa antica offrivano un rifugio di pace dopo il terrore dei giorni precedenti. Chiara era ancora ricoverata in ospedale, piantonata dalla polizia; aveva deciso di collaborare pienamente con i magistrati, accettando le sue responsabilità legali pur di riscattarsi agli occhi della nostra famiglia.

"Mamma," disse Elena sedendosi accanto a me sul banco di legno lucido, "il magistrato mi ha confermato stamattina che non ci saranno accuse contro di me. Ero solo una testimone ricattata. Posso tornare a vivere liberamente."

Le presi le mani, baciandole con tenerezza. "La tua prigionia è finita, Elena. E anche la mia."

"C'è una cosa che devo ancora fare," continuò Elena tirando fuori dalla tasca della giacca una piccola chiave dorata attaccata a un nastro di seta rossa. "Questa è la vera chiave che Chiara aveva nascosto cinque anni fa nel mio laboratorio a Milano, prima che papà cominciasse a persegitarla. Apriva una cassetta di sicurezza presso la Banca Nazionale di Genova."

Guardai la chiave con sorpresa. "E cosa c'è dentro quella cassetta, Elena?"

"Non lo so," rispose Elena con uno sguardo curioso ma sereno. "Chiara mi ha detto ieri in ospedale che dentro c'è l'ultima cosa che nostro padre ha scritto prima di diventare il mostro che abbiamo conosciuto. Mi ha chiesto di andarla ad aprire solo insieme a te."

Uscimmo dalla Cattedrale di San Lorenzo under un sole radioso che finalmente squarciava le nuvole grigie sopra il porto di Genova. La città sembrava diversa, lavata dalla pioggia e liberata dall'ombra di un segreto durato dieci lunghi anni.

Ci dirigemmo a piedi verso la sede centrale della Banca Nazionale in Via Luccoli. Il direttore ci accompagnò nei sotterranei dell'istituto di credito, dove l'aria era fresca e protetta da enormi porte blindate in acciaio. Trovammo la casella numero 412. Elena inserì la chiave dorata nella serratura, mentre il direttore utilizzava la chiave padronale dell'istituto.

La porta di metallo si aprì con un leggero scatto.

All'interno della cassetta non c'erano mazzette di banconote, né titoli azionari o diamanti sporchi. C'era soltanto un vecchio diario con la copertina in pelle marrone e una piccola scatola di cartone sbiadito.

Aprii il diario. Sulla prima pagina, con la scrittura ordinata di Marco risalente a venticinque anni prima, c'era una dedica indirizzata a me e ad Elena quando era ancora una bambina. Ma sotto il diario, dentro la scatolina di cartone, trovai un oggetto che mi fece trasalire.

Era una cassetta audio a nastro magnetico con un'etichetta scritta a penna: "Per Rosa ed Elena - La verità sulla notte dell'incidente".