IL SEGRETO DI GENOVA
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IL SEGRETO DI GENOVA

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La presenza di quella cassetta audio all'interno della cassetta di sicurezza stravolse nuovamente ogni nostra certezza. Pensavamo che la vicenda si fosse conclusa sul Molo Cagni con la morte di Marco e l'arresto della banda di De Luca, ma quel nastro magnetico rappresentava un messaggio diretto dal passato, registrato da Marco prima che la sua mente venisse completamente corrosta dal ricatto e dall'avidità.

Tornammo nel mio appartamento a Castelletto. La casa era inondata dalla luce dorata del pomeriggio genovese che filtrava dalle alte finestre. Il vetro rotto della fotografia di Elena era stato ripulito, ma il quadretto giaceva ancora sul tavolo della sala. Recuperai da un armadio un vecchio mangianastri che conservavo dagli anni novanta, soffiai via la polvere e inserii la cassetta.

Ci sedemmo sul divano, strette l'una all'altra. Premetti il tasto 'Play'.

Dopo un breve fruscio di fondo, la voce di Marco risuonò nella stanza. Non era la voce dura e spietata dell'uomo del porto, ma la voce calda e tremante dell'uomo che avevo sposato venticinque anni prima.

"Rosa... Elena... se state ascoltando questo nastro, significa che sono morto o che la verità è finalmente emersa. Voglio che sappiate che quando leggeste della mia morte tredici anni fa, io non volevo scappare. I fratelli Corradi avevano scoperto le mie irregolarità contabili e mi avevano dato tre giorni di tempo per consegnare i soldi della società. Non li avevo più; li avevo persi in investimenti sbagliati. La notte dell'incidente, un uomo dei Corradi mi costrinse a salire su un'altra vettura mentre davano fuoco alla mia auto con dentro il corpo di un povero senzatetto sconosciuto per inscenare la mia morte."

Elena trattenne il fiato, stringendomi la mano.

"Mi tennero prigioniero per due anni in una cascina abbandonata vicina al Lago di Como," continuava la voce di Marco nel nastro, incrinata dal pianto. "Mi fecero credere che se avessi tentato di contattarvi o di tornare a Genova, vi avrebbero torturate e uccise. Mi spezzarono la volontà, Rosa. Per sopravvivere, accettai di lavorare per loro nell'ombra, gestendo il riciclaggio del loro denaro da Lugano. Ma col passare degli anni, la solitudine, il terrore costante e il senso di colpa mi hanno distrutto la mente. Sono diventato la persona che odiavo di più. Ho cominciato a credere che l'unico modo per salvarmi fosse accumulare abbastanza denaro per comprare la mia libertà definitiva, anche a costo di sacrificare il vostro amore."

Il nastro fece una breve pausa, prima che la voce di Marco tornasse, ancora più debole.

"Chiara ha tentato di aiutarmi all'inizio, inviandomi notizie di voi. Ma poi i Corradi hanno iniziato a ricattare anche lei. C'è un unico modo per chiudere per sempre questa storia e distruggere l'intera rete dei Corradi: nel laboratorio segreto della cascina sul Lago di Como, sotto la pavimentazione della cantina, ho nascosto i registri originali della società di logistica con i nomi di tutti i politici e gli ufficiali corrotti che proteggono i Corradi al porto di Genova. Vi prego... consegnateli alla magistratura. Liberatevi dal mio fantasma."

Il nastro si concluse con un lungo silenzio, seguito dal rumore meccanico del mangianastri che si fermava.

Guardai mia figlia. Le lacrime le rigavano le guance, ma nei suoi occhi c'era una nuova consapevolezza. Il mostro che ci aveva perseguitate non era nato tale; era stato il prodotto di un sistema criminale spietato che lo aveva spezzato e trasformato in un carnefice a sua volta.

"Dobbiamo andare al Lago di Como, mamma," disse Elena pulendosi il volto. "Dobbiamo trovare quei registri prima che gli uomini dei Corradi capiscano che il nastro esiste."

"Hai ragione, Elena," risposi alzandomi dal divano. "Ma questa volta non andremo da sole."

Contattai l'ispettore della squadra mobile che aveva gestito l'operazione al porto, spiegandogli il contenuto della registrazione. La magistratura di Genova coordinò immediatamente un'operazione congiunta con la Polizia di Stato di Como.

Il giorno seguente ci mettemmo in viaggio verso Bellagio, una splendida località adagiata sulle sponde del Lago di Como. La cascina indicata da Marco si trovava isolata sulle colline bagnate dalla nebbia mattutina, circondata da fitti boschi di castagni.

Insieme a una squadra di agenti in borghese, raggiungemmo la struttura abbandonata. Le pareti in pietra erano coperte d'edera e il tetto era parzialmente crollato. Scendemmo nella cantina umida e buia. Con l'aiuto degli attrezzi dei poliziotti, sollevammo le lastre di pietra del pavimento nell'angolo indicato nel nastro.

Sotto un strato di terra e cellophane protettivo, emerse una cassetta metallica stagna. L'ispettore la aprì: all'interno c'erano tre grossi registri contabili legati in pelle nera, intatti e perfettamente leggibili.

"Con questi documenti," disse l'ispettore guardandoci con profondo rispetto, "l'intera organizzazione dei Corradi verrà smantellata entro quarantotto ore. Avete messo la parola fine a un impero criminale che durava da trent'anni."

Uscimmo dalla cantina. Il sole di mezzogiorno illuminava le acque tranquille del lago di Como, riflettendo le montagne circostanti in uno spettacolo di rara bellezza. Per la prima volta dopo tredici anni, sentii che il peso che mi aveva schiacciato il petto era svanito per sempre.

Ma mentre ci avviammo verso l'auto della polizia per tornare a Genova, il telefono dell'ispettore squillò d'urto. Rispose, e la sua espressione serena si trasformò all'istante in una maschera di viva preoccupazione.

"Signora Rosa... Elena..." disse l'ispettore voltandosi verso di noi con voce tesa. "È appena successo un fatto grave in ospedale a Genova. Zia Chiara è scomparsa dalla sua stanza di degenza. Qualcuno ha tagliato la rete di protezione e l'ha portata via."