Il caos esplose all'interno del deposito portuale non appena il suono metallico dell'altoparlante della polizia squarciò la notte. I sicari di De Luca, spaventati dalla prospettiva di un arresto imminente per traffico d'armi e sequestro di persona, cominciarono a sparare alla cieca verso l'ingresso principale da cui le forze dell'ordine stavano facendo irruzione con i fumogeni.
"Copritevi!" urlai trascinando Elena e Chiara dietro un grosso container d'acciaio arrugginito che offriva un riparo sicuro dai proiettili vaganti.
Il fumo denso e acre dei candelotti riempì rapidamente lo stanzone, rendendo l'aria irrespirabile e azzerando la visibilità. Agenti della Polizia di Stato con i giubbotti antiproiettile e i caschi tattici irruppero dalla porta principale con le torce montate sui fucili, intimando la resa ai criminali. Sentii urla, colpi d'arma da fuoco e il suono sordo di corpi buttati a terra e ammanettati. De Luca tentò di rispondere al fuoco, ma venne rapidamente sopraffatto e immobilizzato da tre agenti sul pavimento di cemento.
"Qui c'erano tre donne!" gridò Chiara tossendo per il fumo mentre gli agenti ci raggiungevano dietro il container. "Mio cognato è scappato verso il molo!"
Un ispettore della squadra mobile ci aiutò ad alzarci. "Signore, siete in salvo. Restate qui con i miei uomini."
"No! Non capite!" urlai afferrando l'ispettore per il risvolto della giacca. "Mio marito Marco è vivo! È l'uomo che è scappato verso le banchine! Ha una barca o un idrovolante ad attenderlo! Se scappa stasera, non lo prenderete mai più e continuerà a perseguitare mia figlia!"
L'ispettore mi guardò sconvolto nel sentire il nome di un uomo dichiarato morto tredici anni prima, ma la determinazione nei miei occhi dovette convincerlo. "Squadra Due, con me al Molo Cagni! Subito!"
Non attesi le forze dell'ordine. Approfittando della confusione e del fumo denso, corsi fuori dalla porta secondaria del capannone, seguita a ruota da Elena. Il vento freddo del mare e la pioggia battente ci colpirono in pieno volto mentre ci addentravamo sulla banchina scura di Sampierdarena.
Sotto la luce dei lampioni bagnati, scorgemmo una figura che correva disperatamente verso la fine del molo: era Marco, che stringeva al petto la sua borsa in pelle contenente i passaporti falsi e i documenti bancari. In fondo al Molo Cagni era ormeggiato un motoscafo veloce con il motore già acceso, il cui pilota aspettava l'arrivo del fuggitivo per prendere il largo verso le acque internazionali.
"Marco! Fermati!" la mia voce tagliò il rumore delle onde che si infrangevano contro le banchine di pietra.
Marco si bloccò a pochi metri dalla passerella dell'imbarcazione. Si voltò lentamente verso di me e verso Elena. Il suo volto, illuminato dal riflettore di una motovedetta della Guardia di Finanza che si stava avvicinando via mare, era una maschera di odio e disperazione.
"Perché non ve ne siete rimaste a casa?!" urlò Marco sopra il ruggito del motore del motoscafo. "Aver trovato quel maledetto biglietto ha distrutto tutto! Avevo pianificato ogni cosa! Sarei stato libero!"
"Tu non sei mai stato libero, Marco," disse Elena muovendo un passo avanti, con una fermezza nella voce che mi riempì di orgoglio. "Sei stato uno schiavo dei tuoi soldi e delle tue bugie per tredici anni. Ci hai rubato la nostra famiglia, mi hai rubato la mia giovinezza, ma stasera è finita."
Marco estrasse una piccola pistola cromata dalla tasca interna del cappotto, puntandola tremante verso la figlia. "Se non posso avere la mia vita, vi trascinerò all'inferno con me!"
"No!" urlai slanciandomi davanti a Elena per fare da scudo con il mio corpo.
Ma prima che Marco potesse premere il grilletto, una raffica di luce abbaggliante proveniente dalla motovedetta della Guardia di Finanza inondò il molo. "Deponga l'arma! È circondato!"
Marco guardò la motovedetta a sinistra, gli agenti di polizia che correvano verso di lui sulla banchina a destra, e noi due davanti a lui. Capì che non c'era più alcuna via di fuga, né in mare né in terra. Con un urlo di rabbia insensata, sparò un colpo in aria e si voltò per saltare a bordo del motoscafo che stava già staccando gli ormeggi per fuggire.
Ma il suo piede scivolò sulla banchina di pietra bagnata dalla pioggia. Marco perse l'equilibrio, battendo violentemente la testa contro la banchina prima di precipitare nelle acque nere e profonde del porto di Genova.
La borsa di pelle con tutti i suoi documenti volò in aria, cadendo a pochi centimetri dai miei piedi, mentre il corpo di mio marito scomparve sotto la superficie scura del mare.






