Il rumore dei nostri passi affannati rimbombava sui ciottoli bagnati di Milano mentre la nebbia fitta di quella mattina d'autunno ci avvolgeva come un sudario proteggendoci, almeno temporaneamente, dalla vista del nostro inseguitore. Elena mi teneva la mano con una forza disperata, una stretta che non provavo da dieci lunghi anni e che riaccendeva in me un'energia che non pensavo di possedere a sessant'anni.
"Da questa parte, mamma! Dentro la metropolitana!" mormorò Elena virando bruscamente verso l'ingresso della stazione Moscova.
Ci mescolammo tra la folla di pendolari che affollava le scale mobili, scivolando tra i tornelli poco prima che un convoglio arrivasse in banchina. Ci infilammo nell'ultimo vagone proprio mentre le porte automatiche si chiudevano con un sordo segnale acustico. Attraverso il vetro del vagone, intravidi De Luca correre sulla banchina con il volto rosso e gli occhi iniettati di sangue, mentre si puliva freneticamente il viso con una manica. Il treno partì, lasciandolo indietro nell'oscurità del tunnel.
Ci lasciammo cadere sui sedili di plastica, senza fiato, i cuori che battessero all'impazzata. Per la prima volta dopo anni, potei guardare mia figlia da vicino. Nonostante il terrore, nei suoi occhi c'era una luce di sollievo indescrivibile.
"Stai bene, mamma?" mi chiese, accarezzandomi il viso con le dita tremanti.
"Ora sto bene, Elena... adesso che so la verità," risposi, abbracciandola stretta al petto e lasciando che le mie lacrime bagnassero la sua spalla. "Non posso credere a quello che hai passato per tutti questi anni. Come hai potuto sopportare un peso simile da sola?"
Elena scosse la testa. "Quando scoprii la verità su papà, andai nel suo rifugio segreto qui a Milano. Lo vidi contare mazzette di denaro insieme a uomini del porto di Genova. Quando mi vide, non ebbe la minima esitazione: mi disse che se avessi parlato con te o con le autorità, ti avrebbe fatta figurare come sua complice nel furto di quei milioni e che ti avrebbe fatta finire in prigione... o peggio. Mi ha costretta a recitare la parte della figlia ribelle, a lasciarti con la rabbia e il dolore, perché sapeva che una madre ferita non avrebbe fatto domande sulla scomparsa del marito."
Un brivido d'odio mi attraversò la schiena. L'uomo con cui avevo condiviso il letto per vent'anni, l'uomo che avevo pianto sulla tomba vuota di un cimitero, si era rivelato un calcolatore spietato, capace di usare il sentimento più puro di una figlia per proteggere i propri interessi sporchi.
"E Chiara?" chiesi. "Che ruolo ha tua zia in tutto questo?"
Elena abbassò lo sguardo. "Zia Chiara ha scoperto il piano di papà poco dopo il suo presunto incidente. Inizialmente voleva denunciarlo, ma papà l'ha comprata facendole pervenire somme enormi di denaro da Lugano per saldare i debiti di gioco di suo marito. Negli anni, però, Chiara si è pentita. Ha capito che papà era una bomba ad orologeria e ha cominciato ad archiviare tutte le prove dei suoi trasferimenti bancari illegali in quel fascicolo verde per usarlo come ricatto e costringerlo a lasciarci in pace. Ma tre giorni fa, papà ha capito che Chiara voleva consegnare tutto alla finanza e ha deciso di eliminarla."
Il treno della metropolitana arrivò alla Stazione Centrale. Eravamo sfuggite a De Luca, ma sapevamo entrambe che Genova era la destinazione finale. Marco si trovava lì, tenendo in ostaggio Chiara nel vecchio deposito del porto, e non si sarebbe fermato di fronte a nulla pur di recuperare quei documenti o trovare i soldi.
"Non possiamo andare a Staglieno, mamma," disse Elena mentre camminavamo veloci verso i binari dei treni regionali. "Gli hai mentito, vero? La chiave non è lì."
"Certo che gli ho mentito," dissi a bassa voce. "Ma dobbiamo usare quella bugia a nostro favore. Marco si aspetta che noi andiamo al cimitero di Staglieno per recuperare la presunta chiave. Invierà i suoi uomini lì a cercarci. Noi dobbiamo sfruttare questo diversivo per andare direttamente al porto e salvare Chiara."
Acquistammo due biglietti in contanti per un treno regionale secondario direzionato ad Alessandria e poi a Genova Piazza Principe, evitando i treni ad alta velocità che sarebbero stati sicuramente controllati dalla rete di Marco. Durante il viaggio di oltre due ore, usai il telefono di Elena per studiare la mappa dell'area portuale di Genova. Marco possedeva, prima della sua 'morte', una quota in un vecchio magazzino di stoccaggio nel quartiere di Sampierdarena, vicino al Molo Cagni. Era l'unico posto abbastanza isolato da permettergli di detenere una persona senza attirare l'attenzione.
Arrivammo a Genova nel tardo pomeriggio. La città era avvolta da una pioggia battente e da un cielo grigio come il piombo. Le luci dei lampioni del porto baluginavano sulle pozzanghere mentre scendevamo dal treno, camminando con le teste basse sotto gli ombrelli.
Prendemmo un taxi fino a pochi metri dal varco portuale di Sampierdarena. Il rumore delle onde del mare che si infrangevano contro le banchine e il fischio dei container movimentati dalle gru creavano un'atmosfera spettrale. Ci avvicinammo a piedi verso la struttura fatiscente del magazzino numero 4.
Attraverso una finestra rotta sul retro del capannone, guardai all'interno. La vista mi fece mancare il respiro.
In mezzo a vecchie casse di legno e catene arrugginite, mia sorella Chiara era legata a una sedia di metallo, con il volto segnato da ecchimosi e le labbra spaccate. E davanti a lei, intento a fumare con calma una sigaretta mentre guardava un orologio d'oro al polso, c'era un uomo alto dai capelli grigi.
Era Marco. Mio marito. Il morto che era tornato per distruggere ciò che restava della nostra famiglia.






