IL SEGRETO DI GENOVA
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IL SEGRETO DI GENOVA

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Guardare l'uomo che avevo amato e pianto per oltre un decennio stare in piedi a pochi metri da me, vivo e vegeto, fu un'esperienza distopica che mi paralizzò i polmoni. Non c'era traccia della sofferenza o del rimpianto sul suo volto. Marco mostrava solo la freddezza cinica di un criminale consumato dal tempo e dall'avidità. I suoi capelli erano ormai completamente d'argento, tagliati corti, e indossava un cappotto elegante che stonava spaventosamente con il degrado del vecchio deposito portuale.

"Parla, Chiara," la voce di Marco rimbombò nello stanzone vuoto, fredda e priva di qualsiasi inflessione umana. "De Luca sta cercando Rosa e tua nipote a Staglieno. Ma tu sai benissimo che tua sorella non ha la chiave per accedere al conto cifrato di Ginevra. Ce l'hai tu. Dove hai nascosto i codici d'accesso?"

Chiara alzò lentamente la testa, sputando un filo di sangue sul pavimento di cemento. "Non ti darò mai niente, Marco... Sei un mostro. Hai distrutto la vita di tua moglie, hai costretto tua figlia a scappare come una latitante... e per cosa? Per dei soldi sporchi che non potrai mai goderti alla luce del sole?"

Marco fece un passo avanti, colpendo Chiara con uno schiaffo violento sul volto che fece oscillare la sedia su cui era legata. "I soldi mi permetteranno di sparire definitivamente in Sud America con una nuova identità pulita! Voi siete solo dei danni collaterali di una vita che non volevo più fare!"

Dalla mia posizione dietro la finestra rotta, sentii un'ondata di rabbia incandescente salire dal profondo del mio stomaco. Non potevo permettere che quell'uomo continuasse a torturare mia sorella e a minacciare nostra figlia.

"Mamma, cosa facciamo?" sussurrò Elena al mio fianco, tremando per la rabbia e la paura. "Se entriamo lì dentro ci ucciderà."

"Dobbiamo creare una distrazione," dissi a bassa voce, osservando l'esterno del deposito. Poco distante dalla finestra c'era un vecchio quadro elettrico d'epoca che alimentava i fari e i macchinari del capannone. C'erano anche diversi fusti di olio motore stipati sotto la tettoia. "Elena, tu vai al quadro elettrico. Quando ti do il segnale, stacca l'interruttore generale. L'oscurità sarà totale dentro il deposito."

"E tu cosa farai, mamma?" chiedeva Elena con gli occhi spalancati dal terrore.

"Io vado a prendermi la risposta che mi spetta da dieci anni," dissi tenendo stretta nella mano destra una pesante chiave inglese arrugginita che avevo raccolto da terra.

Elena esitò per un secondo, poi mi stringerà la mano ed evaporò nella penombra verso il quadro elettrico. Scivolai verso la porta laterale in metallo del deposito, che era socchiusa. Mi posizionai a ridosso dell'apertura, aspettando il momento opportuno.

All'interno, Marco stava estraendo un coltello serramanico dalla tasca della giacca, facendone scattare la lama lucida sotto la luce giallastra dell'unica lampada a sospensione. "Questa è la tua ultima possibilità, Chiara. Rispondimi o comincio a tagliare."

In quel preciso istante, la luce all'interno del capannone si spense con un sordo schiocco elettrico, piombando l'intero magazzino nell'oscurità più profonda.

Chiara cacciò un urlo di sorpresa. Sentii il rumore dei passi di Marco che si muovevano incerti nell'ombra. "Che diavolo...?"

Varcai la soglia nell'oscurità, sfruttando la memoria visiva della disposizione della stanza. Mi mossi a passi felpati verso la sedia di Chiara. "Chiara! Sono Rosa! Stai zitta e lasciami tagliare le corde!" sussurrai rapidamente raggiungendola.

"Rosa?! Mio Dio, sei impazzita!" balbettò mia sorella.

Con la lama di un pezzo di vetro affilato che avevo tenuto in tasca fin dal pomeriggio, cominciai a tagliare le sagole che le legavano i polsi. Ma mentre le corde cedevano, un raggio di luce improvviso ci travolse.

Marco aveva acceso una torcia tascabile. La luce abbaggliante puntò dritta sul mio volto.

"Rosa..." mormorò Marco, con un sorriso deforme che gli sfigurava il viso. "Alla fine sei venuta tu stessa da me. La moglie fedele che piange sul sepolcro vuoto."

"Non sono più tua moglie, Marco," dissi alzandomi e mettendomi davanti a Chiara, impugnando la chiave inglese con entrambe le mani. "Sei solo un vile vigliacco che ha preferito fingere di morire piuttosto che affrontare le sue responsabilità."

Marco rispose con una risata fredda, facendo un passo verso di me e alzando il coltello. "Pensi davvero che quella chiave inglese possa fermarmi? Ho fatto sparire uomini ben più pericolosi di te per arrivare a questo punto."

Ma prima che Marco potesse compiere un solo passo verso di me, una figura apparve alle sue spalle dall'ombra: Elena scagliò un pesante fusto metallico vuoto contro le gambe del padre, facendolo ruzzolare pesantemente a terra e facendo volare la torcia e il coltello sul cemento.

"Scappate! Scappate verso l'uscita!" urlò Elena.

Aiutai Chiara ad alzarsi e la trascinai verso la porta insieme ad Elena. Ma mentre stavamo per varcare la soglia del deposito, un rumore di motori e il ruggito di un idrovolante sul canale adiacente fermarono i nostri passi. Non eravamo sole nel porto. De Luca, avendo capito l'inganno di Staglieno, era appena arrivato al varco con due automobili cariche di uomini armati.