I fari abbaglianti delle due auto nere illuminarono l'ingresso del deposito portuale, accecando me, Elena e Chiara proprio mentre cercavamo di raggiungere la libertà. Le portiere dei veicoli si spalancarono contemporaneamente, ed emersero quattro uomini armati guidati da De Luca, il cui volto portava ancora i segni rossi delle ustioni da trementina inflittegli da Elena a Milano.
"Tornate dentro! Subito!" ruggì De Luca, puntando una pistola verso di noi mentre i suoi uomini circondavano l'uscita.
Senza via di scampo, fummo costrette a arretrare all'interno del capannone buio. Dietro di noi, Marco si stava lentamente rialzando dal pavimento, pulendosi la polvere dai calzoni e recuperando la sua torcia. Il suo sguardo era carico di un'ira venata di pazzia.
"Siete state molto stupide," disse Marco sghignazzando mentre De Luca e i suoi sicari entravano nel capannone, bloccando ogni via di fuga. "Pensavate davvero di poter rivaleggiare con me nella mia città? Nel porto dove ho gestito affari per vent'anni?"
Chiara, sorretta da Elena, trovò la forza di alzare la testa e guardare Marco negli occhi. "Tu non hai mai gestito niente, Marco. Sei sempre stato solo un burattino nelle mani dei fratelli Corradi. Ed è per questo che sei dovuto scappare tredici anni fa!"
Le parole di Chiara fecero calare un silenzio gelido tra gli uomini presenti. Persino De Luca esitò per un istante, guardando Marco con una velata sfumatura di sospetto.
"Zitta, Chiara!" urlando Marco, muovendosi verso di lei con il braccio alzato.
"No, adesso parli!" sbottai io, mettendomi fisicamente tra Marco e mia sorella. "Io ho il diritto di sapere! Ho passato dieci anni a piangere un fantasma e a colpevolizzarmi per la fuga di mia figlia! Chi sono i fratelli Corradi? E cosa c'entri tu con loro, Marco?!"
Marco mi guardò con rabbia disprezzativa, ma fu Chiara a parlare, con la voce rotta dal dolore e dal rimorso. "Tredici anni fa, Marco non era solo sommerso dai debiti. Lavorava come contabile per i Corradi, i più grandi trafficanti del porto antico. Aveva rubato dieci milioni di euro dai loro conti per crearsi una riserva personale a Ginevra. Quando i Corradi lo scoprirono, gli diedero una scelta: fingere la propria morte lasciando una vittima incenerita al suo posto in quell'incidente d'auto, oppure veder sterminata tutta la sua famiglia."
Rimanemmo paralizzate. La verità emergeva come un demone strisciante dall'oscurità.
"Ma non è finita qui," continuò Chiara, guardandomi con le lacrime che le solcavano il volto tumefatto. "Marco ha accettato il patto, ma ha preteso che io lo aiutassi a gestire i soldi a Ginevra in cambio della protezione per te e per Elena. Io... io ho accettato, Rosa. Ero terrorizzata per la tua vita! Ho usato i soldi che Marco mi mandava da Lugano per pagare il silenzio dei sicari dei Corradi. Ma dieci anni fa, Elena ha scoperto tutto. Ha trovato i documenti nel mio studio."
Elena mi strinse il braccio. "Mamma, quando scoprii che zia Chiara stava pagando la mafia del porto per proteggerci da papà, andai da lui. Papà mi disse che se ti avessi detto la verità, avrebbe smesso di pagare i Corradi e loro vi avrebbero uccise entrambe. Mi ha costretta a fingere una lite e ad andare via. L'unico motivo per cui sono rimasta in vita è perché sapevo che se fossi morta o se fossi parlata, tu saresti stata la prossima."
Tutti i pezzi del puzzle si incastrarono con una spietata e tragica precisione. Non c'era stata alcuna discussione banale dieci anni fa. C'era stato un ricatto mafioso, un padre codardo e una zia che aveva tentato di barcamenarsi tra la paura e la cupidigia, sacrificando la vita di mia figlia per tenere in piedi un castello di carte intriso di sangue.
"E adesso," intervenne De Luca ridendo freddamente, "i fratelli Corradi rivogliono i loro dieci milioni con gli interessi. Marco ci ha promesso che stasera avrebbe aperto la cassaforte di Ginevra grazie a voi tre. Ma vedo che ci avete fatto perdere fin troppo tempo."
De Luca alzò la pistola, puntandola direttamente alla testa di Chiara. "Chiara, dammi i codici del conto corrente cifrato o tua nipote muore per prima."
"I codici non sono in una cassaforte, De Luca!" gridai disperata, inventando l'ennesima mossa nel tentativo di guadagnare tempo. "Sono registrati su una chiavetta crittografata nascosta nel mio vecchio appartamento a Castelletto! Se ci uccidete qui, non avrete mai un solo centesimo!"
De Luca fermò il dito sul grilletto, squadrandomi con dubbio. Marco, tuttavia, fece un passo avanti con gli occhi sgranati. "Sta mentendo! Rosa non sa niente! Giustiziale tutte e tre e perquisisci il corpo di Chiara!"
Nello stesso momento in cui Marco pronunciava quelle parole spietate, dal fondo del porto risuonò il suono acuto delle sirene delle motovedette della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato. Luci blu e rosse cominciarono a balenare attraverso le finestre del capannone, illuminando la pioggia battente.
"Polizia! Il capannone è circondato! Deponete le armi e uscite con le mani in alto!" l'altoparlante della polizia rimbombò nell'aria.
I sicari di De Luca andarono nel panico più totale, guardandosi intorno ferocemente. Ma prima che potessero reagire, Marco afferrò una borsa dalla sedia, si scagliò verso un passaggio secondario del deposito che dava direttamente sul molo d'attracco, lasciando i suoi stessi complici al loro destino.






