IL SEGRETO DI GENOVA
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IL SEGRETO DI GENOVA

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La notizia del rapimento o della fuga di Chiara dall'ospedale di Genova ci raggelò il sangue. Eravamo convinte che con la morte di Marco e il sequestro dei registri contabili dei Corradi la tempesta fosse ormai passata, ma il tentacolo della malavita portuale era evidentemente ancora attivo e disperato.

Tornammo a Genova a sirene spiegate sulla vettura della Polizia di Stato. Durante il viaggio, l'ispettore ricevette aggiornamenti costanti dalla centrale: le telecamere di videosorveglianza dell'ospedale avevano ripreso due uomini vestiti da infermieri che spingevano Chiara su una sedia a rotelle verso un'uscita di servizio, caricandola su un furgone bianco privo di targa.

"Chi sono questi uomini, ispettore?" chiesi stringendo le dita attorno al braccio di Elena. "Pensavo che la banda fosse stata tutta arrestata al porto!"

"De Luca e i suoi sicari diretti sono in cella," spiegò l'ispettore esaminando i rapporti sul suo tablet. "Ma i fratelli Corradi in persona non erano al deposito quel giorno. Il fratello maggiore, Ernesto Corradi, è ancora latitante. Ha capito che con il sequestro dei registri la sua vita è finita, e sta usando Chiara come ultimo scudo per trattare con noi la sua fuga all'estero."

Il cellulare di Elena squillò. Un numero privato.

Elena guardò l'ispettore, che le fece cenno di rispondere attivando il vivavoce affinché la polizia potesse tracciare il segnale.

"Elena..." la voce dall'altra parte del filo non era quella di un sicario, ma quella stanca e roca di Ernesto Corradi, l'anziano boss del porto di Genova. "So che avete trovato i registri a Como. So che la polizia è con voi."

"Dove si trova mia zia?!" sbottai io avvicinando il viso al telefono. "Lasciatela stare! È una donna malata!"

Ernesto Corradi fece un lungo sospiro asmatico. "Signora Rosa, sua sorella è qui con me. Non le ho fatto del male... per ora. Ma lei sa dove ci troviamo. Siamo nella vecchia casa di sua madre a Recco. La casa sulle alture che avete abbandonato vent'anni fa."

Il cuore mi si fermò. La vecchia casa d'infanzia a Recco, arrampicata sulle scogliere a picco sul mare della Riviera di Levante. Il posto dove io e Chiara eravamo cresciute e dove mio padre ci portava da bambine.

"Cosa vuole da noi, Corradi?" chiesi cercando di mantenere la voce ferma.

"Voglio i registri contabili originali," rispose il boss con tono perentorio. "Niente copie digitali. Voglio i libri cartacei che mio padre e io abbiamo firmato per trent'anni. Portateli a Recco entro due ore. Venite solo tu ed Elena. Se vedo un solo elicottero o una sola pattuglia della polizia avvicinarsi alla scogliera, farò saltare in aria la casa con tua sorella dentro. C'è abbastanza dinamite nelle cantine da spianare la collina."

La chiamata si interruppe.

L'ispettore fermò la vettura al casello autostradale di Genova Nord per coordinare la situazione. "Non possiamo lasciarvi andare da sole a Recco. È una trappola mortale."

"Non abbiamo scelta, ispettore!" gridai con le lacrime agli occhi. "Se la polizia interviene in forze, Corradi ucciderà Chiara e farà saltare tutto! Dobbiamo andare io ed Elena!"

"Ispettore," intervenne Elena esaminando la mappa topografica della costa di Recco sul cellulare, "c'è una vecchia mulattiera che sale dal mare verso la casa d'infanzia di mia madre. È un sentiero stretto, nascosto tra i pini marittimi, invisibile dalla casa principale. La polizia può risalire da lì a piedi mentre io e mia madre entriamo dalla porta principale con i registri fake."

L'ispettore valutò la proposta di Elena, capendo che era l'unico piano tattico che offriva una possibilità di salvare Chiara senza scatenare un massacro. "D'accordo. Vi daremo dei registri fasulli dall'archivio della questura rilegati nello stesso modo. E vi doteremo di microfoni ambientali nascosti sotto i vestiti. La squadra d'assalto risalirà la mulattiera e si posizionerà attorno alla casa."

Ci preparammo rapidamente. Mi indossai una giacca pesante sotto la quale gli agenti sistemarono la cimice trasmettitrice. Elena fece lo stesso. Ci consegnarono la valigetta con i finti registri.

Arrivammo a Recco al tramonto. Il mare della Riviera era agitato, con onde alte che sbattevano violentemente contro le scogliere sottostanti. La vecchia casa di famiglia appariva come un fantasma di pietra grigia tra i pini marittimi, con le imposte sbarrate e un filo di fumo che usciva dal camino.

Avanzammo a passi lenti lungo il viale d'ingresso ricoperto di foglie secche. Il vento della costa portava con sé il profumo di sale e pino, ma l'aria era satura di una tensione insopportabile.

Spinsi la porta di legno della casa della mia infanzia.

All'interno, seduta su una sedia al centro del vecchio soggiorno dove da bambina giocavo con mia sorella, c'era Chiara. Accanto a lei, avvolto in un mantello scuro e sorretto da un bastone da passeggio con l'impugnatura d'argento, c'era un uomo anziano dal volto segnato e dagli occhi di ghiaccio: Ernesto Corradi.

E posizionata accanto alla sedia di Chiara, collegata a un detotatore a filo che il boss teneva nella mano destra, c'era una cassa di legno con la scritta Esplosivo Industriale.