I boati delle granate stordenti sventrarono il silenzio dell'attico, riempiendo la stanza di un fumo denso e di un fischio assordante che azzerò momentaneamente i miei sensi. Mi lanciai d'istinto sul pavimento di parquet, coprendomi la testa con le braccia mentre i vetri delle finestre volavano in ogni direzione.
Attraverso la cortina di fumo, le sagome degli uomini delle teste di cuoio dei Carabinieri (GIS) fecero irruzione dal terrazzo, calandosi dai cavi degli elicotteri che sorvolavano il palazzo nel cielo plumbeo di Milano.
"Fermi tutti! Polizia! A terra! Mettete le mani sulla testa!" risuonavano le grida perentorie degli agenti speciali.
I due uomini di scorta di Vittoria tentarono di rispondere al fuoco, ma vennero neutralizzati in una frazione di secondo dai tiratori di precisione e bloccati a terra con forza. Pietro, paralizzato dal terrore sulla sua sedia a rotelle, alzò le mani tremanti sopra la testa, singhiozzando apertamente.
Vittoria Rossi, approfittando della confusione e della nebbia tattica che avvolgeva il salone, strisciò verso la porta di un passaggio segreto nascosto dietro una grande tela d'autore sulla parete di fondo.
Me ne accorsi immediatamente. Sfidando il dolore alla spalla e il fumo che bruciava gli occhi, mi rialzai e mi lanciai all'inseguimento della donna che aveva orchestrato la distruzione della mia famiglia.
Vittoria varcò la soglia del passaggio segreto e cercò di sbarrare la porta d'acciaio, ma io ci infilai il piede di scatto, spingendo con tutto il peso del mio corpo per impedirle di chiuderla.
"Lasciami andare, maledetta!" gridò Vittoria, la voce isterica e priva di qualsiasi dignità regal. Estrasse dalla sua borsetta una piccola pistola tascabile e la puntò contro il mio petto.
Ci guardammo negli occhi da una distanza di pochissimi centimetri. Vidi nei suoi tratti somiglianze spaventose con il volto di mio padre, ma corrotti da una cupidigia malata che ne aveva devastato l'anima.
"Hai ucciso tuo fratello," dissi con voce ferma, senza arretrare di un solo millimetro di fronte alla sua arma. "Hai fatto internare tua nipote per quattro anni in un manicomio. Hai distrutto la vita di Elena per denaro. Pensi davvero che una pistola possa salvarti da ciò che sei?"
"Io ho costruito questo impero!" urlò Vittoria, con il dito che tremava sul grilletto. "Giovanni era un debole! Voleva dividere la società con la servitù e con voi due... due bastarde nate da una relazione clandestina! Il patrimonio Rossi appartiene a me!"
"Il patrimonio Rossi appartiene alla giustizia ora," intervenne una voce alle mie spalle.
Marta era lì. Libera dalle legature grazie all'intervento dei Carabinieri, avanzava lungo il corridoio segreto. Accanto a lei c'erano tre agenti speciali con le armi puntate contro Vittoria.
"Abbassa l'arma, Vittoria Rossi," disse il comandante della squadra d'assalto. "Il palazzo è circondato. Il dottor Anselmi ci ha consegnato le chiavi crittografiche e la registrazione video. Siete in arresto per omicidio premeditato, sequestro di persona e truffa aggravata."
Vittoria guardò il manipolo di agenti, poi guardò me e Marta. Due volti identici che la fissavano con un'unica, incrollabile fermezza. Capì che non c'era più alcuna via di fuga, nessuna scappatoia legale, nessun giudice che potesse essere comprato.
La pistola le scivolò dalle dita macchiate di anelli preziosi, cadendo sul pavimento con un tinnito metallico. Gli agenti la accerchiarono immediatamente, ammanettandola e scortandola via mentre lei continuava a imprecare oscenità contro di noi.
Un'ora dopo, il salone dell'attico era invaso dagli investigatori della Scientifica e dai magistrati della Procura di Milano. Pietro veniva scortato fuori in barella sotto custodia cautelare, diretto all'ospedale penitenziario. Passando accanto a noi, evitò accuratamente di incrociare il nostro sguardo, spezzato definitivamente dal peso dei suoi stessi crimini.
Marta ed io ci sedemmo sul divano del terrazzo, coperte da cappotti caldi fornite dai soccorritori, mentre il sole del mattino cominciava a svelare i tetti di Milano attraverso la nebbia che si diradava. Il dottor Anselmi ci portò due tazze di caffè caldo.
"È davvero finita adesso?" chiesi, guardando mia sorella.
"Per Vittoria e Pietro sì," rispose Anselmi, sedendosi di fronte a noi. "Tutti i beni sequestrati alla holding Rossi verranno congelati dalla Magistratura e trasferiti ai legittimi eredi una volta concluse le perizie balistiche e documentali. Voi due siete finalmente libere e ricche oltre ogni immaginazione."
Marta sorseggiò il caffè, poi mi fissò con uno sguardo velato di tristezza. "Ricche di cosa, Elena? Di un nome che ha portato solo morte e inganni? Di due identità che sono state scambiate e manipolate per venticinque anni?"
Nessuno di noi rispose. Avevamo vinto la battaglia contro i nostri aguzzini, ma la nostra reale identità era ancora un terreno devastato. Chi eravamo noi senza le menzogne dei Moretti e le trame dei Rossi?
In quel momento, un investigatore dell'Arma si avvicinò a noi portando un piccolo cofanetto di metallo recuperato dalla cassaforte personale di Vittoria.
"Signorine Rossi," disse l'ufficiale, "abbiamo aperto la cassaforte principale. Oltre ai titoli finanziari, abbiamo trovato questo cofanetto sigillato. Porta una targhetta con scritto: Da consegnare a Marta ed Elena al loro trentesimo compleanno. È firmato da vostro padre, Giovanni Rossi."
Marta ed io ci guardammo. La mano di mia sorella cercò la mia. Insieme, allungammo le dita verso la serratura del cofanetto per scoprire l'ultimo segreto lasciato dall'uomo che credevamo non ci avesse mai amate.
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