Il vassoio d'argento della verità
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Il vassoio d'argento della verità

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La notizia del rapimento di Pietro ci lasciò congelati nell'abitacolo dell'auto. La pioggia battente picchiava sul tettuccio di metallo come una pioggia di spilli. La presenza della zia Vittoria Rossi non era più un'ombra lontana, ma una minaccia reale, imminente e spietata.

"Non possiamo rimanere qui," disse Marta, la sua voce ora intrisa di un'energia nuova, dettata dalla disperazione e dalla necessità di sopravvivere. "Se Vittoria ha fatto rapire Pietro, significa che ha bisogno di qualcosa che solo lui possiede. La borsa... la borsa che Pietro ha tentato di portare via dalla torre!"

Mi chinai sul pavimento dell'auto dove avevo appoggiato la custodia di pelle recuperata vicino al cancello. Oltre al diario del vecchio conte, all'interno vi era una piccola scatola di metallo sigillata con una serratura digitale a combinazione e una chiavetta USB protetta da crittografia hardware.

"Pietro teneva qui dentro i codici di accesso ai conti cifrati di Ginevra," dissi, esaminando la scatolina. "Vittoria non può incassare il fondo fiduciario senza queste chiavi d'accesso. Ecco perché ha fatto prelevare Pietro dall'ambulanza. Vuole le password prima che lui muoia o prima che parli con la polizia!"

"Dobbiamo andare a Milano," affermò il dottor Anselmi, mettendo in moto il veicolo. "È lì che Vittoria gestisce la sua cassaforte fiduciaria. Se avvisiamo le forze dell'ordine adesso senza prove concrete contro di lei, i suoi avvocati la proteggeranno e faranno sparire Pietro per sempre."

"Ma come pensi di entrare nel suo quartier generale senza farti scoprire?" intervenne Eleonora dalla sedia anteriore, la voce fioca. "Vittoria possiede l'intero palazzo Rossi in via Montenapoleone. Ha guardie private, sistemi di sicurezza impassabili. È una donna senz'anima."

Marta si voltò verso di me. Un sorriso amaro le increspò le labbra. "Ha una falla nei suoi sistemi. Una falla che non ha mai calcolato."

"Quale?" chiesi.

"Pensa che io sia ancora sedata nella clinica svizzera e che tu, Elena, sia solo una pedina spaventata e manipolabile. Non sa che ci siamo trovate. Non sa che sappiamo la verità sulla nostra nascita." Marta mi prese la mano, stringendola forte. "Noi siamo due, ma per lei siamo una sola persona. Possiamo usare questa somiglianza per creare una trappola da cui non potrà sfuggire."

Due ore dopo, sfrecciavamo sull'autostrada A1 verso nord, diretti a Milano. Il piano era folle, pericoloso, ma era l'unica possibilità che avevamo per chiudere i conti con il passato e salvare ciò che restava delle nostre vite.

Mentre viaggiavamo nell'oscurità della notte lombarda, usammo il portatile del dottor Anselmi per analizzare la chiavetta USB trovata nella borsa. Anselmi, sfruttando le sue conoscenze informatiche legati ai sistemi clinici, riuscì a bypassare la prima barriera di protezione della memoria digitale.

Sullo schermo comparvero decine di file riservati: contratti di compravendita, ricevute di bonifici verso paradisi fiscali e, soprattutto, un documento video datato sette anni prima.

Cliccai sul file video. Le immagini, nitide e prive di audio, mostravano uno studio elegante. Una donna di mezza età, dai capelli biondi e dal portamento regale — nostra zia Vittoria — era seduta a una scrivania mentre firmava dei documenti insieme a un uomo alto. L'uomo era nostro padre, Giovanni Rossi.

Nel video, dopo la firma, Vittoria versava un liquido trasparente da una fiala all'interno del bicchiere di cristallo di Giovanni. Pochi minuti dopo aver bevuto, l'uomo si accasciava sulla scrivania, preda di forti convulsioni. Vittoria, senza scomporsi, ripiegava i documenti signed, gli sfilava l'anello dal dito e chiamava con calma al telefono.

Trattenni il respiro. L'incidente stradale in cui credevamo fosse morto nostro padre non era mai esistito. Giovanni Rossi era stato assassinato da sua sorella per ereditare l'impero di famiglia prima che le gemelle compissero la maggiore età.

"Mio Dio..." mormorò Marta, coprendosi gli occhi con le mani. "L'ha ucciso lei..."

"Questa è la prova definitiva," disse il dottor Anselmi, con le mani salde sul volante. "Con questo video, Vittoria finirà all'ergastolo per omicidio premeditato."

"Non basta," dissi io, la mente lucida e fredda come il ghiaccio. "Se le inviamo questo video adesso, farà uccidere Pietro e si nasconderà in un paese senza estradizione prima che la polizia possa emettere un mandato d'arresto. Dobbiamo farle firmare la confessione prima che capisca che l'abbiamo incastrata."

Alle quattro del mattino giungemmo a Milano. La città era avvolta da una nebbia fitta e gelida. Ci arrestammo a un isolato di distanza dal palazzo Rossi, un imponente edificio d'epoca nel cuore del distretto della moda.

Marta indossò il mio cappotto scuro, pettinò i capelli esattamente come i miei e si infilò gli occhiali da sole. Io rimasi nell'auto con Anselmi, pronta a guidare l'operazione dall'esterno attraverso un auricolare collegato al telefono di Marta.

"Sei sicura di volerlo fare?" chiesi a mia sorella, guardandola negli occhi con apprensione.

"Ho passato quattro anni chiusa in un manicomio svizzero credendo di essere pazza," rispose Marta con una determinazione feroce. "È ora che sia lei ad avere paura."

Marta uscì dall'auto e camminò con passo sicuro verso l'ingresso principale del palazzo. Si avvicinò al citofono della sorveglianza privata e suonò.

"Chi è a quest'ora?" gracchiò la voce del guardiano dal citofono.

"Sono Marta Rossi," disse Marta con voce ferma e glaciale. "Dite a mia zia che ho i codici di Pietro. E che pretendo la mia parte prima che la polizia trovi il suo corpo sulle colline di Firenze."

Dall'auricolare sentii il bip di sblocco del cancello principale. Marta varcò la soglia ed entrò nell'edificio.

Ma non appena la porta d'ingresso si richiusi dietro di lei, tre uomini armati in abito scuro sbucarono dal giardinetto interno. Prima che Marta potesse reagire, uno degli uomini le bloccò le braccia, mentre un altro le applicò una maschera di cloroformio sul volto.

Dall'auricolare giunse solo il suono soffocato di una lotta breve e poi il rumore di un corpo che cadeva a terra.

"Marta! Marta!" urlai nel microfono, ma la linea cadde nel silenzio.

Dall'auto vidi le luci del piano attico del palazzo accendersi d'un tratto. Vittoria Rossi sapeva già che stavamo arrivando.

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