Il vassoio d'argento della verità
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Il vassoio d'argento della verità

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La pioggia continuava a cadere inesorabile sulle colline di Firenze, spegnendo gli ultimi focolai che fumavano sulle rovine della torre della villa. I lampeggianti blu delle auto della polizia e delle ambulanze illuminavano la facciata di pietra con una luce spettrale. Pietro era stato caricato su una lettiga e trasportato d'urgenza all'ospedale Santa Maria Nuova, piantonato da due agenti. Eleonora, sotto shock e incapace di pronunciare parole di senso compiuto, era stata scortata a sua volta in ospedale insieme a Serena, la quale aveva ripreso conoscenza ma necessitava di cure immediate per la ferita alla testa.

Marta ed io eravamo sedute sul sedile posteriore dell'auto del dottor Anselmi, avvolte in coperte termiche dorate fornite dai soccorritori. Il silenzio tra di noi era carico di domande mai formulate, di un'intera vita vissuta in parallelo senza conoscersi.

Tenevo stretto tra le mani bagnate il diario in cuoio nero del vecchio conte Alberto Moretti. Le sue pagine erano ingiallite dal tempo, coperte da un'grafia minuta e spigolosa.

"Che cosa hai trovato, Elena?" chiese Marta, la sua voce ancora tremante mentre mi guardava di profilo. Vedere il mio stesso volto riflettersi in lei continuava a darmi un senso di vertigine irreale.

"Il diario del padre di Pietro," risposi, riaprendo la pagina che avevo intravisto nel piazzale. "Guarda qui. È datato quindici anni fa. Pietro ci ha dette che nostro padre era morto in un incidente e che nostra madre aveva comprato l'ipoteca della villa per salvare i Moretti. Ma qui c'è scritto qualcosa di del tutto diverso."

Marta si sporse verso di me, mentre il dottor Anselmi ci osservava dallo specchietto retrovisore del veicolo.

Lessi a voce alta, con un sussurro che faticava a superare il rumore dei tergicristalli:

12 Novembre 2011. La donna è venuta a trovarmi di nuovo. Non è la madre delle gemelle, ma la loro zia, Vittoria Rossi. Mi ha portato altri due milioni in contanti. Mi ha garantito che se continuo a mantenere il segreto sulla vera paternità delle bambine e sulla falsa morte di loro padre, mi abbuonerà il restante debito di gioco. Pietro non deve sapere che le gemelle non sono le eredi legittime del patrimonio Rossi, ma le figlie illegittime che io stesso ho avuto dal mio primo matrimonio segreto a Ginevra.

Marta lasciò andare un respiro affannoso, portandosi la mano alla bocca. "Cosa... cosa significa? Che noi... noi non siamo le figlie di Giovanni Rossi?"

"Significa che noi e Pietro siamo fratellastri," disse il dottor Anselmi, spegnendo il motore dell'auto e voltandosi completamente verso di noi. Il suo volto era estremamente grave. "E significa che la donna che vi ha fatto internare e scambiare non era vostra madre... ma vostra zia Vittoria."

Il mondo sotto i miei piedi crollò per l'ennesima volta. Ogni certezza, ogni tassello che pensavo di aver ricomposto durante quella notte folle, si frantumava in frammenti ancora più piccoli e velenosi.

"Se noi siamo le figlie di Alberto Moretti," mormorai, cercando di ricostruire l'intricata ragnatela di inganni, "allora Pietro ha sposato la sua stessa sorellastra senza saperlo... o sapendolo perfettamente?"

"Pietro non lo sapeva," disse una voce debole ma chiara dal finestrino dell'auto.

Ci voltammo di scatto. Eleonora era in piedi fuori dal veicolo, sorretta da un infermiere. Aveva rifiutato il ricovero immediato per parlare con noi. I suoi occhi, un tempo colmi di una superbia arrogante, apparivano ora svuotati, due cavità scure piene di un rimorso insostenibile.

Eleonora aprì la portiera e si accomodò sul sedile del passeggero, respingendo le proteste dei sanitari.

"Pietro non sapeva nulla," ripeté la vecchia matriarca, guardando fisso davanti a sé. "Mio marito Alberto era un uomo vizioso, un scommettitore compulsivo che ha distrutto la nostra famiglia. Quando scoprii che venticinque anni fa aveva avuto due gemelle da una relazione segreta con la sorella di Giovanni Rossi, giurai che non avrei mai permesso a quelle bambine di toccare un solo centesimo della tenuta Moretti."

"E allora perché Pietro mi ha sposata?" chiesi, con la rabbia che mi riempiva la gola.

"Perché la zia Vittoria Rossi ha orchestrato tutto!" disse Eleonora, con una lacrima che le solcava le rughe del viso. "Vittoria voleva mettere le mani sull'intero patrimonio del fratello Giovanni dopo la sua morte. Ma il testamento di Giovanni prevedeva che il patrimonio andasse interamente alle sue nipoti — voi due — al compimento del trentesimo anno di età. Vittoria ha pagato Alberto per nascondervi, poi quando Alberto è morto, ha contattato Pietro. Gli ha proposto un patto: sposa una delle due ragazze, mentile sulla sua identità, mantienila sotto il tuo controllo fino ai trent'anni, e ci divideremo l'eredità Rossi."

"Ma Pietro ha scoperto che Marta non era manovrabile," disse Marta con fermezza. "Io stavo scoprendo le sue truffe. Quindi mi ha fatta internare al Bellevue con l'aiuto del dottor Anselmi!"

Il dottor Anselmi abbassò lo sguardo, visibilmente vergognoso. "Ero ricattato da Vittoria Rossi, Marta. Aveva le prove di un errore medico che commisi dieci anni fa in Svizzera. Se non avessi firmato la tua perizia di infermità mentale, avrei perso la licenza e sarei finito in prigione. Ma non ho mai smesso di cercare una via d'uscita. È per questo che tre settimane fa ho ridotto i farmaci a Marta e l'ho aiutata a scappare!"

"E dov'è adesso Vittoria Rossi?" chiesi, stringendo il diario fino a stropicciarlo. "Dov'è la donna che ha distrutto le nostre vite?"

Eleonora si voltò lentamente verso di me. Il suo sguardo era intriso di un terrore atavico.

"Vittoria è a Milano," disse la vecchia. "Sta arrivando a Firenze in questo momento. Ha saputo dell'incendio e del fallimento di Pietro. Non viene per salvare suo nipote, Elena. Viene per eliminare le ultime due persone che possono impedirle di incassare il fondo fiduciario Rossi entro la mezzanotte di domani, quando scadrà la clausola del trentesimo anno."

Proprio in quel momento, il telefono del dottor Anselmi squillò. Il medico rispose, mettendo il vivavoce.

Dall'altro capo della linea si udì la voce concitata di un agente di polizia: "Dottore! L'ambulanza che trasportava Pietro Moretti all'ospedale è stata speronata da un camion sulla strada statale! Pietro è stato prelevato da due uomini armati! Hanno sequestrato il ferito e stanno risalendo verso le colline!"

Guardai Marta. Poi guardai la tenuta semi-distrutta attorno a noi. La tempesta non era affatto finita; la vera mente di quell'incubo stava arrivando per reclamare il suo bottino.

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