Il fumo denso e grigiastro impregnava l'aria della stretta scala a chiocciola, rendendo ogni respiro un supplizio che bruciava i polmoni. Mi tirai il colletto del maglione sopra la bocca e il naso, procedendo a tentoni lungo le pareti di pietra fredda. Il crepitio del fuoco che divorava il legno stagionato della biblioteca della torre risuonava come il ruggito di una belva feroce.
Raggiunsi la cima della scala e spinsi la pesante porta d'ingresso della torre. La stanza, un tempo archivio privato del vecchio conte Moretti, era completamente avvolta dalle fiamme. Gli antichi scaffali di quercia, carichi di volumi rilegati in pelle e documenti d'epoca, bruciavano con una rapidità spaventosa. Al centro della stanza, avvolto dalla nebbia di fumo, Pietro stava freneticamente svuotando il contenuto di un piccolo caveau a muro all'interno di una borsa di pelle nera.
"È finita, Pietro!" urlai, cercando di superare il rumore del fuoco. "La casa è circondata dal fumo! Non uscirai mai vivo da qui se continui!"
Pietro si voltò di scatto. Il suo volto era sfigurato dalla fuliggine e dal sangue ormai rappreso sulla tempia. Nei suoi occhi non c'era più alcuna traccia della fredda razionalità che lo aveva sempre distinto; vi era soltanto la follia pura di un uomo giunto al capolinea.
"Pensi davvero che mi importi di questa casa?" urlò di rimando, stringendo la borsa di pelle contro il petto. "In questa borsa ci sono i titoli al portatore e le chiavi dei conti cifrati in Svizzera! Il patrimonio dei Rossi era destinato a me! Tu e tua sorella siete solo degli intralci che avrei dovuto eliminare anni fa!"
"Tu non hai più niente, Pietro!" dissi, facendo un cauto passo in avanti mentre fiamme alte un metro sbarravano la via d'uscita verso la scala. "Serena è ferita gravemente là sotto per colpa tua! Tua madre sa la verità! Il dottor Anselmi ha testimoniato tutto! Dove pensi di andare?"
Pietro cacciò un grido disperato e, invece di caricare verso di me, sguainò un pesante atizzatoio d'ferro dal camino e lo scagliò contro una delle grandi vetrate istoriate che davano sul dirupo posteriore della tenuta. Il vetro finì in frantumi con un fragore assordante, lasciando entrare una raffica di vento che alimentò ulteriormente l'incendio, trasformando la stanza in un inferno di fuoco.
"C'è la scala antincendio esterna, Elena!" gridò Pietro, salendo sul davanzale della finestra esposta alla tempesta. "Io me ne vado con il vostro denaro! E voi brucerete insieme alla vostra maledetta eredità!"
Ma prima che potesse scavallare la balaustra di pietra, una travatura del soffitto, totalmente corrosta dalle fiamme, cedette con uno schianto tremendo. La pesante trave d'abete cadde direttamente tra me e lui, colpendo Pietro al fianco e facendolo rovinare pesantemente a terra all'interno della stanza. La borsa di pelle volò via dalle sue mani, finendo proprio ai miei piedi.
Pietro emise un urlo di dolore soffocato; la sua gamba destra era bloccata sotto il peso della trave ardente. Il fumo si faceva sempre più denso, riducendo la visibilità e rendendo l'aria del tutto priva di ossigeno.
"Elena... tirami fuori!" supplicò Pietro, la cui voce stridula era ora intrisa di un terrore infantile. "Ti prego! Aiutami! Non lasciarmi bruciare qui dentro!"
Fissai l'uomo che mi aveva rubato sette anni di vita, l'uomo che mi aveva manipolata, che aveva tentato di farmi passare per pazza e che aveva quasi ucciso sua sorella. La borsa ai miei piedi conteneva la prova definitiva della mia identità e i documenti necessari per restituire a me e a mia sorella Marta la nostra vera vita.
"Elena! Ti prego!" urlava Pietro, mentre le fiamme iniziavano ad intaccare i suoi vestiti.
Trattenendo il respiro, snodai il pesante tappeto d'ingresso che non era ancora stato toccato dal fuoco e lo bagnai con l'acqua di un vaso di fiori ribaltato. Con uno sforzo immane, spinsi la trave ardente usando il tappeto bagnato come leva. Non potevo lasciarlo morire così. Non per misericordia verso di lui, ma perché non volevo che la mia nuova vita nascesse sul peso della sua morte.
La trave si mosse di pochi centimetri, quanto bastava a Pietro per sfilare la gamba martoriata. Trascinandosi a terra come un verme, Pietro strisciò verso la porta della scala a chiocciola. Ma non guardò nemmeno verso di me. Non disse una sola parola di ringraziamento. Con un ultimo scatto di disperata vigliaccheria, afferrò la borsa di pelle che avevo ripreso e mi diede uno spintone violento, facendomi cadere sul pavimento bollente, prima di sparire giù per le scale e chiudere la porta d'acciaio antincendio a chiave dall'esterno.
Mi ritrovai bloccata all'interno della torre in fiamme.
L'aria era ormai inesistente. Tossendo violentemente, mi trascinai verso la finestra infranta, l'unica fonte di ossigeno rimasta. Fuori, il vento della notte fiorentina mi sferzò il volto. Sotto di me, tre metri più in basso, c'era il tetto del garage adiacente.
Non c'era tempo per pensare. Misi le mani sul davanzale rovente e mi lanciai nel vuoto mentre l'intera struttura della torre crollava dietro di me in una spirale di fiamme e faville.
Impattai sul tetto di lamiera con un impatto devastante che mi tolse il fiato. Il dolore mi traverse la spalla sinistra, ma ero viva. Mi rialzai a fatica, scivolando lungo la grondaia fino a raggiungere il cortile interno della villa.
Lì, sotto la pioggia battente, la scena che mi si parò davanti mi lasciò pietrificata.
Le sirene della polizia e delle ambulanze risuonavano in lontananza, salendo lungo la collina. Ma al centro del piazzale, la macchina di Pietro era fermata contro il cancello d'ingresso in ferro battuto, totalmente distrutta nell'impatto. Pietro giaceva a terra, fuori dall'abitacolo, mentre il dottor Anselmi e Marta tentavano di rianimarlo.
Accanto a Pietro, la borsa di pelle si era aperta nella collisione. Centinaia di documenti e fogli contabili volavano nel vento della notte, bagnati dalla pioggia.
Mi avvicinai lentamente, tenendomi la spalla infortunata. Marta mi vide e corse verso di me, abbracciandomi con una forza che non credevo possedesse.
"È finita, Elena..." sussurrò Marta tra le lacrime. "È finita."
"È vivo?" chiesi, guardando il corpo immobile di Pietro.
"Ha il battito debole, ma sopravvivrà," rispose il dottor Anselmi, alzandosi da terra. "E quando si risveglierà in ospedale, ci saranno gli agenti della Guardia di Finanza ad attenderlo."
Guardai la villa che bruciava nella notte, illuminando il cielo sopra Firenze come un enorme rogo funebre. Quella tenuta, simbolo di sette anni di menzogne e sottomissione, stava andando distrutta. Ma tra i fogli sparsi sul selciato bagnato, notai un documento rilegato in cuoio nero che la pioggia non aveva ancora rovinato.
Mi chinai a raccoglierlo. Era il diario personale del vecchio conte Moretti, il padre di Pietro.
Aprii la prima pagina bagnata e la mia attenzione fu catturata da una data scritta a mano vent'anni prima. Una frase in particolare fece gelare di nuovo il mio sangue, svelando che la verità sulla nostra famiglia era ancora lontana dall'essere completa.
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