Pietro muoveva i suoi passi con una lentezza snervante, quasi felina, riducendo lo spazio che ci separava all'interno dello studio monumentale. Le tende di velluto scuro coprivano quasi interamente le alte finestre, lasciando filtrare soltanto una debole luce grigiastra che dipingeva il suo volto di ombre sinistre. Il telefono, caduto sul tappeto persiano vicino ai miei piedi, emetteva ancora il sibilo lontano e metallico della voce di Serena, ma non riuscivo più a distinguere le sue parole. Il mio cuore martellava con una violenza tale da impormi un dolore fisico al petto, ma congelai ogni mia emozione. Non potevo permettermi di mostrare fragilità, non davanti a quell'uomo che per sette lunghi anni avevo creduto di conoscere.
"Con chi stavi parlando con così tanta foga, cara Marta?" chiese Pietro, inclinando leggermente la testa. Il suo tono era ingannevolmente calmo, morbido, intriso di quella finta cortesia che usava sempre prima di colpire. "Sembravi spaventata. Non mi dire che le prime responsabilità di una grande proprietaria immobiliare ti stanno già schiacciando."
Trattenni il fiato, appoggiando con discrezione la schiena contro il solido legno del tavolo di noce. La mia mano destra scivolò lentamente lungo il bordo del mobile, cercando cieca un fermacarte d'ottone che sapevo essere appoggiato accanto ai registri contabili. "Era Serena," risposi, cercando di mantenere la voce priva di qualsiasi tremolio. "Era sconvolta per il fondo di suo figlio. Sembra che ci sia stato un errore in banca."
Il sorriso di Pietro non svanì, ma le sue pupille si contrassero istantaneamente. Una vena sottile iniziò a pulsare sulla sua tempia destra, tradendo la tensione che cercava di mascherare dietro quell'atteggiamento disinvolto. "Serena è sempre stata una donna isterica e incapace di gestire le proprie finanze. Non dovresti prestare ascolto alle farneticazioni di una madre disperata. Suo padre le ha lasciato poco o nulla, ed è comodo per lei cercare capri espiatori."
"Ha trovato dei documenti, Pietro," dissi a bruciapelo, fissandolo dritto negli occhi per cogliere ogni sua minima reazione non verbale. "Ricevute di bonifici periodici indirizzati a una clinica psichiatrica privata in Svizzera. Sanitarium Bellevue. E il nome della paziente registrata in quella struttura è il mio. Marta Rossi."
Il silenzio che seguì quella dichiarazione fu denso e soffocante, quasi tangibile. Fu come se l'aria stessa nella stanza fosse diventata irrespirabile. Pietro rimase immobile per diversi secondi, le mani sempre piantate nelle tasche del cappotto. Poi, lentamente, estrasse la mano destra. Non impugnava un'arma, ma un piccolo cilindro di vetro contenente alcune pillole dorate, le stesse che da tre anni il medico di famiglia mi prescriveva per una presunta forma di ansia cronica e vuoti di memoria improvvisi.
"Vedi, Marta," cominciò Pietro, muovendo un altro passo verso di me, "la mente umana è un meccanismo incredibilmente fragile e affascinante. Sette anni fa, quando ti ho incontrata a Milano, eri una ragazza brillante, ricca, piena di sogni. Ma eri anche profondamente spezzata da un evento del tuo passato che avevi accuratamente rimosso. Tu credi davvero che questa villa, questo patrimonio, appartengano alla ragazza che vedo di fronte a me?"
"Cosa stai cercando di dire?" chiesi, mentre un freddo glaciale mi risaliva lungo la colonna vertebrale. La mia mente lottava per connettere i tasselli di un puzzle che sembrava sfuggire a qualsiasi logica razionale.
"Sto dicendo che tua madre non ha mai avuto una sola figlia," sussurrò Pietro, arrivando a un solo metro da me. "Tua madre ha avuto due gemelle omonime per una questione di eredità e protezione legale dopo la tragedia di vent'anni fa. Ma una delle due è cresciuta sapendo chi fosse, mentre l'altra... l'altra è stata condizionata a credere di essere l'unica erede." Pietro allungò un dito, toccandomi delicatamente la fronte con un gesto che mi fece venire i brividi. "Chi sei tu veramente, Marta? Sei la padrona di questa casa... o sei la paziente fuggita che sto pagando da quattro anni per tenere nascosta in Svizzera affinché la polizia non scopra cosa è successo davvero a tua madre?"
Un capogiro improvviso mi fece oscillare. Le sue parole cadevano come pietre affilate sulla mia psiche, insinuando un dubbio atroce e velenoso che andava a scavare nei miei buchi neri della memoria. Ricordavo la mia infanzia, ricordavo mia madre, ma la figura di mio padre e i dettagli del mio passato prima dei vent'anni erano sempre stati avvolti da una nebbia fitta, giustificata dai medici come amnesia post-traumatica dovuta a un incidente stradale.
"Tu stai mentendo," sibilai, stringendo il fermacarte d'ottone dietro la mia schiena con tale forza che le nocche mi diventarono bianche. "Questa è solo l'ennesima manipolazione per farmi cedere la proprietà della tenuta. Tu sei un fallito rovinato dai debiti!"
Pietro scoppiò in una risata bassa, priva di qualsiasi allegria. Era una risata arida, catastrofica. "Pensi che mi importi qualcosa di questa vecchia casa di pietra? Se la tenuta è intestata a te, e la 'vera' Marta Rossi è dichiarata incapace di intendere e di volere in una clinica elvetica sotto il mio controllo, chi pensi che gestirà l'intero patrimonio quando tu verrai ricoverata d'urgenza per un crollo psichiatrico irreversibile?"
Fece un balzo improvviso verso di me, afferrandomi per il polso sinistro con una presa d'acciaio. Le pillole caddero sul tappeto, rotolando in ogni direzione. Cercai di divincolarmi, spingendolo via con tutto il peso del mio corpo, ma la sua forza fisica era nettamente superiore. Con un gesto rapido e disperato, sollevai il pesante fermacarte d'ottone che tenevo nascosto e lo colpii con violenza sul lato del volto.
Pietro emise un ruggito di dolore e mollò la presa, portandosi le mani alla tempia sanguinante e staggering all'indietro. Non persi un solo secondo. Raccolsi il mio telefono dal pavimento e corsi a perdifiato fuori dallo studio, attraversando il lungo corridoio affrescato mentre i miei passi rimbombavano sul marmo freddo.
Scesi le imponenti scale centrali volando quasi sui gradini, la vista appannata dalle lacrime e dall'adrenalina che mi scorreva nelle vene. Al piano terra, nell'atrio d'ingresso, trovai Eleonora. La vecchia matriarca era in piedi accanto al camino spento, un bicchiere di cristallo contenente del liquore ambrato tra le dita tremanti. Mi fissò con occhi sgranati, terrei, nei quali non vi era più traccia di quella superbia che l'aveva contraddistinta durante il pranzo di Natale.
"Marta... cosa hai fatto?" mormorò la vecchia con voce tremante, fissando il sangue che spiccava sulla mia manica. "Pietro ti aveva avvertita... non dovevi scavare nel passato. Non dovevi comprare i debiti di questa famiglia!"
"Voi sapete tutto!" urlai, fermandomi a pochi metri da lei, con il fiato corto e i muscoli tesi. "Chi c'è in quella clinica in Svizzera? Rispondimi, Eleonora! Chi sono io?!"
Eleonora aprì la bocca per rispondere, ma prima che potesse pronunciare una singola parola, la pesante porta d'ingresso in legno massiccio venne abbattuta dall'esterno con un colpo tremendo. Un folata di vento gelido e pioggia battente sferzò l'atrio, facendo oscillare pericolosamente il grande lampadario di cristallo sopra le nostre teste.
Sulla soglia, bagnato fino alle ossa e illuminato dai lampi del temporale che infuriava su Firenze, non c'era un estraneo. C'era un uomo alto, avvolto in un impermeabile scuro, con un volto che conoscevo fin troppo bene: era il dottor Vittorio Anselmi, il neurologo personale che mi aveva seguita negli ultimi cinque anni su raccomandazione della famiglia Moretti.
Ma l'uomo non era solo. Accanto a lui, stretta in un cappotto grigio consumato, c'era una donna. I suoi capelli neri erano inzuppati d'acqua, il viso era emaciato e pale, ma quando alzò lo sguardo verso di me, fui colpita da una scossa elettrica che mi paralizzò i polmoni.
Quel volto era lo specchio identico del mio. Stessi occhi verdi, stessa forma degli zigomi, stessa piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro.
La donna fece un passo avanti nell'atrio, indicandomi con un dito tremante e una voce spezzata che sembrava venire dall'oltretomba: "Lei... lei è l'impostora che ha rubato la mia vita!"
In quel preciso istante, dalla cima delle scale, si udì il rumore metallico di un'arma da fuoco che veniva caricata. Pietro, con la testa insanguinata e uno sguardo totalmente folle, staziona in cima alla scalinata puntando una pistola direttamente verso il gruppo nell'atrio.
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