Il tempo sembrò fermarsi all'interno della spoglia stanza dei colloqui del braccio giudiziario. Il rumore dei neon sul soffitto ronzava metallico, mentre le parole di Pietro rimbombavano nella mia mente come una detonazione a scoppio ritardato.
Marta si sporse sul tavolo d'acciaio, le nocche delle dita stringevano così forte il bordo del metallo da diventare completamente bianche. "Che cosa hai detto?" sibilò con una furia trattenuta a stento. "Cosa stai inventando per cercare di sconcontare la tua pena?"
"Non sto inventando nulla!" esclamò Pietro, la cui voce tremava di un terrore sincero. "Potete verificare voi stesse! Vostra madre, Sofia De Blasi, non è mai morta di tumore come vi disse vostro padre! Quando Giovanni scoprì le trame di mia zia Vittoria venticinque anni fa, capì che anche sua moglie era un bersaglio. Sofia fu colpita da un attentato simulato come incidente d'auto e rimase in un coma profondo per anni."
"E dov'è adesso?" chiesi io, sentendo la terra mancarmi sotto i piedi per l'ennesima volta. "Dov'è nostra madre, Pietro?!"
"È ricoverata under la falsa identità di Elisabeth Vance nella stessa clinica svizzera dove io e Vittoria avevamo fatto internare Marta," rispose Pietro, crollando con la testa sul tavolo e singhiozzando. "Il Sanitarium Bellevue a Montreux! È lì da vent'anni! Mia zia Vittoria usava i fondi fiduciari che rubava al vostro patrimonio per pagare il suo mantenimento in vita in uno stato vegetativo irreversibile! Se Sofia fosse morta ufficialmente, il patrimonio sarebbe passato subito alle gemelle under la tutela di un curatore fallimentare esterno, e Vittoria non avrebbe mai potuto toccare un centesimo!"
Marta si alzò di scatto dalla sedia, facendo ruzzolare il sedile all'indietro con un rumore assordante. "Razza di mostro..." disse con una voce che era un soffio di ghiaccio. "Voi avete tenuto nostra madre in coma in un letto d'ospedale e me nella stanza accanto per quattro anni senza che sapessimo dell'esistenza l'una dell'altra?!"
Pietro non rispose. Continuava a piangere con le mani giunte sul tavolo ammanettato, un'immagine patetica di un uomo totalmente distrutto dai propri inganni.
Nostra madre era viva. Nel medesimo istituto psichiatrico dove Marta era stata rinchiusa e torturata psicologicamente da psicofarmaci, nostra madre vegetava da due decenni sotto un falso nome.
"Andiamo via," dissi a Marta, prendendola per il braccio. "Non abbiamo più niente da dire a questo verme."
Uscimmo dalla prigione sotto una pioggia battente che pareva non voler dare tregua alla Toscana. Il dottor Anselmi ci attendeva in auto con il motore acceso. Quando gli raccontammo le rivelazioni di Pietro, anche il volto del medico si fece pallido come un cencio.
"Il Sanitarium Bellevue..." mormorò Anselmi, stringendo le mani sul volante. "Conosco quel reparto. Il terzo piano dell'ala est... è un reparto ad altissima sicurezza destinato ai pazienti in coma permanente gestito direttamente dalla direzione amministrativa della clinica. A me era severamente vietato l'accesso a quella zona!"
"Dottore, metta in moto," disse Marta con uno sguardo fisso e determinato che non le avevo mai visto prima. "Andiamo in Svizzera. Subito."
"Marta, le autorità svizzere stanno già perquisendo la struttura dopo il mio esposto," tentò di spiegare Anselmi. "Non potete presentavi lì così..."
"Non me ne importa nulla delle autorizzazioni!" gridò Marta, la cui fermezza spazzò via ogni esitazione. "Mia madre è lì! E io ho passato quattro anni della mia vita a guardare fuori dalla finestra di quella clinica senza sapere che al piano di sopra c'era la donna che mi ha messo al mondo! Elena, vieni con me o devo andare da sola?"
"Vengo con te," risposi immediatamente. "Siamo rimaste separate per venticinque anni, Marta. Non lascerò che affronti questa cosa da sola."
Il viaggio verso la Svizzera fu una corsa contro il tempo e contro i nostri stessi fantasmi. Sfrecciammo verso nord attraverso le Alpi, mentre la pioggia di Firenze si trasformava progressivamente in una fitta tempesta di neve sui valichi montani del Sempione.
Attraversammo il confine elvetico a tarda notte. Le montagne maestose e innevate si ergevano come giganti oscuri attorno al lago di Ginevra. Montreux ci accolse con le sue luci soffuse e un silenzio irreale.
Alle tre del mattino del giorno successivo, l'imponente sagoma in stile vittoriano del Sanitarium Bellevue si stagliava contro il cielo plumbeo, arrampicata sulle rocce sopra il lago. La clinica, che per anni era stata la prigione dorata di Marta, appariva ora come una fortezza di segreti che attendeva solo di essere abbattuta.
Parcheggiammo l'auto a cinquanta metri dall'ingresso secondario. Il dottor Anselmi estrasse dalla sua borsa medica due pass magnetici che aveva conservato dal suo periodo di servizio nella struttura.
"Questi pass sono ancora attivi per l'accesso di servizio," disse il medico. "Ma dovete fare attenzione. Il direttore della clinica, il dottor Weber, era il braccio destro finanziario di Vittoria Rossi. Se scopre che siete qui prima dell'arrivo della Polizia Cantonale, farà trasferire vostra madre o distruggerà le cartelle cliniche originali."
"Non gliene daremo il tempo," dissi, infilandomi il cappotto ed estraendo la chiave d'argento ricevuta da mio padre.
Varcammo la soglia dell'accesso sotterraneo della clinica. L'odore acre di disinfettante e l'ambiente asettico investirono i miei sensi. Per Marta fu una scossa violenta: la vidi sobbalzare e stringere i pugno mentre ripercorreva quei corridoi bianchi che avevano rappresentato il suo incubo per quattro lunghi anni.
Salimmo con l'ascensore di servizio fino al terzo piano dell'ala est. Il corridoio era deserto, illuminato solo dalle luci di emergenza al neon. Avanzammo in silenzio fino all'ultima porta in fondo al corridoio: la stanza 312. Sulla targhetta d'ottone c'era scritto il nome: Elisabeth Vance.
Marta allungò la mano tremante e spinse lentamente la maniglia.
All'interno della stanza, il bip ritmico e monotono di un monitor cardiaco scandiva il tempo. Sul letto di degenza al centro della stanza, avvolta in lenzuola bianche e collegata a macchinari per la respirazione assistita, giaceva una donna dai capelli d'argento.
Nonostante gli anni e la malattia ne avessero segnato profondamente il volto, la sua somiglianza con noi due era innegabile. Era nostra madre, Sofia Rossi.
Marta si inginocchiò accanto al letto, scoppiando in un pianto soffocato e prendendo tra le sue mani la mano magra e fredda della donna. "Mamma... mamma, sono qui... siamo qui..."
Mi avvicinai al letto, sentendo un nodo alla gola che mi impediva di respirare. Allungai la mano e toccai i suoi capelli dorati. In quel momento, il tracciato del monitor cardiaco ebbe una leggera variazione, accelerando il ritmo dei battiti.
Ma prima che potessimo pronunciare un'altra parola, la porta della stanza si spalancò con violenza.
Sulla soglia stazionava il dottor Weber, il direttore della clinica, scortato da due guardie di sicurezza armate. Sul suo volto c'era una maschera di fredda e crudele determinazione.
"Sapevo che sareste venute qui, signorine Rossi," disse il medico in italiano con un forte accento tedesco, mostrando una siringa già riempita di un liquido trasparente. "Ma questa paziente non lascerà mai questa clinica. E nemmeno voi."
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