Tre mesi dopo.
La primavera era arrivata sulle colline di Firenze, dipingendo i prati di un verde brillante e riempiendo l'aria del profumo di lavanda e iris. Fuori dal perimetro della vecchia tenuta Moretti, i lavori di demolizione delle parti pericolanti della struttura originale erano ormai ultimati. Le imponenti mura grigie che per sette anni avevano rappresentato la mia prigione dorata erano state abattute, lasciando spazio a un moderno cantiere di architettura ecosostenibile per la sede centrale della Fondazione Sofia De Blasi.
Ero in piedi sul piazzale principale, dove un tempo la macchina di Pietro si era schiantata contro il cancello. Il vento calmo della Toscana mi scompigliava i capelli, ma dentro di me non c'era più traccia del terrore o dell'ansia che mi avevano soffocata per anni.
Dietro di me si udirono dei passi sul ghiaino. Mi voltai e vidi Marta. Indossava un abito estivo chiaro, e tra le braccia teneva un grande album di fotografie restaurate che aveva recuperato dagli archivi fiduciari di Ginevra.
"Guarda cosa ho trovato negli archivi di papà," disse Marta con gioia, sedendosi su una panchina di pietra all'ombra di un ulivo secolare che era sopravvissuto all'incendio della torre.
Mi sedetti accanto a lei. Aprii l'album: vi erano decine di fotografie che ritraevano due bambine piccole che giocavano felici nei giardini della villa, prima che la paranoia e la avidità distruggessero la nostra famiglia. In quelle immagini eravamo noi: Elena e Marta, sorridenti, strette nell'abbraccio di una donna bellissima dai capelli dorati.
"Come sta mamma oggi?" chiesi, toccando con le dita la foto della nostra infanzia.
"I fisioterapisti dicono che la settimana prossima potrà fare i primi passi da sola senza il deambulatore," rispose Marta, con gli occhi lucidi di felicità. "Ha chiesto se possiamo portarla qui il mese prossimo per la posa della prima pietra della fondazione."
"Sarà il regalo più bello per il suo compleanno," dissi con un sorriso.
Il dottor Anselmi ci raggiunse camminando lungo il viale dei cipressi, portando con sé un plico di corrispondenza legale giunta dal Tribunale di Milano. Anselmi aveva rinunciato definitivamente alla professione medica per assumere il ruolo di direttore generale della fondazione, dedicando il resto della sua vita a riparare gli errori commessi sotto ricatto in passato.
"Novità dai processi?" chiese Marta, prendendo i documenti.
"La sentenza di primo grado per Vittoria Rossi è stata emessa questa mattina," riferì Anselmi con tono solenne. "Ergastolo senza condizionale per l'omicidio premeditato di Giovanni Rossi, sequestro di persona e tentata strage. Non uscirà mai più dal carcere di San Vittore."
"E Pietro?" chiesi.
"Pietro è stato condannato a quattordici anni di reclusione per truffa aggravata, circonvenzione di incapace e falso in atto pubblico," rispose il medico. "Sua madre Eleonora è stata trasferita in una struttura di assistenza sociale under tutela giudiziaria; non si è mai più ripresa dallo shock dell'incendio."
Un lungo silenzio scese sul piazzale. Giustizia era stata fatta in ogni singola aula di tribunale. Tutti coloro che avevano speculato sulla nostra sofferenza ed avevano tentato di distruggere le nostre vite stavano pagando il prezzo dei loro crimini. Ma la sensazione più grande non era la vendetta, bensì la restituzione della verità.
"E Serena?" chiese Marta con apprensione. Serena era l'unica della famiglia Moretti che avesse tentato di difenderci in quella notte terribile.
"Serena ha ricevuto la restituzione integrale del fondo fiduciario di suo figlio," disse Anselmi. "Con i fondi recuperati dalle banche svizzere, il bambino ha potuto iniziare le terapie specialistiche a Houston. Mi ha chiesto di consegnarvi questa lettera."
Marta aprì la lettera di Serena. Vi era scritta una sola riga:
Grazie per avermi mostrato cosa significa davvero avere coraggio. Perdonatemi se potete.
Marta ripiegò il foglio e lo inserì nell'album di famiglia. "Non c'è più nulla da perdonare. Il passato appartiene ai morti e ai tribunali. Noi dobbiamo guardare avanti."
Ci alzammo dalla panchina e camminammo verso il bordo della collina. Da lassù, la città di Firenze si spiegava in tutta la sua straordinaria bellezza, con la cupola del Brunelleschi che brillava sotto il sole di maggio.
Marta mi prese la mano, e per la prima volta dopo venticinque anni di ombre, scambi e menzogne, ci guardammo negli occhi sapendo esattamente chi eravamo. Non eravamo più le vittime di un complotto di famiglia, né le marionette di un matrimonio d'interesse.
Eravamo Elena e Marta Rossi. Due sorelle riunite che avevano attraversato l'inferno per ritrovare la propria identità.
Ma la vita reserved ancora un'ultima, inaspettata sorpresa prima che potessimo chiudere definitivamente la porta sul passato.
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