Gonzalo Fuentes fece un cenno a uno dei suoi scagnozzi, che perquisì la giacca di Arturo ed estrasse il portafoglio di pelle nera. All’interno vi era una piccola chiavetta USB di metallo dorato dotata di un piccolo schermo digitale e di un pulsante di emergenza laterale.
Ciò che Gonzalo non sapeva era che quella chiavetta non era un semplice dispositivo di autenticazione bancaria. Era un moderno localizzatore satellitare di emergenza direttamente collegato con la centrale operativa dell’investigatore privato Sergio Morales e della polizia federale, progettato proprio dopo gli eventi del primo attentato per garantire la sicurezza personale di Arturo.
Arturo prese la chiavetta con mani apparentemente tremanti.
«Per accedere al sistema devo premere il pulsante di attivazione e attendere che il codice a sei cifre appaia sul display», spiegò Arturo a Gonzalo, che lo osservava con sguardo sospettoso.
«Fallo subito e non provare a fare trucchetti!» gridò Gonzalo puntandogli la pistola alla tempia.
Arturo premette con decisione il pulsante laterale, tenendolo premuto per tre secondi consecutivi. Il piccolo led della chiavetta lampeggiò due volte in rosso prima di mostrare un codice numerico casuale. In quel preciso istante, a chilometri di distanza, nella centrale operativa di Morales, un segnale d’allarme ad altissima priorità scattò sui monitor, trasmettendo le coordinate GPS esatte della struttura montuosa in cui erano prigionieri.
«Ecco il primo codice», disse Arturo mostrando lo schermo a Gonzalo per distrarlo. «Ora mi serve un computer portatile connesso alla rete per inserire le credenziali di accesso della fondazione.»
Gonzalo fece posizionare un laptop su un tavolo di plastica rugginoso e spinse Arturo sulla sedia. «Hai venti minuti di tempo. Digita quelle password e fai il trasferimento sul conto che ti indicherò.»
Mentre Arturo fingeva di riscontrare problemi di connessione e digitava lentamente i codici sulla tastiera per guadagnare minuti preziosi, Lupita, nell’angolo della stanza, notò qualcosa sul pavimento di terra battuta poco distante dalle sue piedi.
C’era un vecchio paletto d’acciaio arrugginito staccatosi da una scaffalatura giacente a terra.
Sfruttando la distrazione dei tre guardiani, che erano tutti concentrati attorno al computer per osservare le cifre milionarie sullo schermo, Lupita fece scivolare lentamente il piede verso il paletto e, senza fare il minimo rumore, lo afferrò con la mano dietro la schiena, nascondendolo tra le pieghe della sua lunga gonna.
Guardò Ximena e le fece un cenno impercettibile con gli occhi. La bambina capì al volo.
«Ahi! La mia pancia! Mi fa tantissimo male!» urlò improvvisamente Ximena accasciandosi a terra e simulando forti spasmi addominali. «Mamma! Aiuto! Non riesco a respirare!»
Lupita si lanciò sopra la figlia piangendo disperatamente. «Vi prego! Aiutate la mia bambina! È diabetica! Ha bisogno della sua iniezione di insulina o andrà in coma tra pochi minuti!»
Uno dei guardiani, infastidito dal trambusto, imprecò e si staccò dal gruppo, avvicinandosi a Lupita e Ximena con l’arma spianata.
«Zitte, maledette! Tacete o vi sparo!» ruggì l’uomo chinandosi su di loro per afferrare Lupita per le spalle.
Quel secondo fu fatale.
Lupita reagì con una forza e una reattività impressionanti: impugnò il paletto di ferro con entrambe le mani e colpì con tutta la sua violenza il guardiano alla tempia. L’impatto fu devastante. L’uomo crollò a terra privo di sensi come un sacco vuoto, lasciando cadere la sua pistola automatica ai piedi di Ximena.
La bambina non esitò un solo istante: afferrò la pistola da terra e la passò con prontezza ad Arturo.
«Don Arturo! Prenda la pistola!» gridò Ximena.
Gonzalo e il secondo guardiano si voltarono sbalorditi, ma Arturo era già scattato in piedi. Impugnò l’arma e sparò due colpi rapidi contro il braccio armato di Gonzalo, facendogli volare via la pistola dalla mano e facendolo crollare a terra con un urlo di dolore.
Il secondo guardiano cercò di puntare il suo fucile contro Arturo, ma prima che potesse premere il grilletto, le porte in lamiera del magazzino vennero abbattute con una violenta esplosione.
Fumogeni e luci abbaglianti riempirono la stanza.
«POLIZIA FEDERALE! TUTTI A TERRA! NON MOVEVI!» tuonarono le voci degli agenti delle teste di cuoio che irruppero nel magazzino con i mirini laser puntati sui sequestratori.
In pochi secondi, la squadra d’assalto guidata dall’investigatore Morales immobilizzò i banditi. Gonzalo Fuentes, ferito al braccio e sanguinante, venne ammanettato e buttato a terra tra le imprecazioni.
Morales corse verso Arturo, Lupita e Ximena, che si stavano abbracciando stretti al centro della stanza, sani e salvi.
«Arturo! State bene?!» chiese Morales affannato. «Il segnale della chiavetta ci ha guidati fin qui! Siete stati incredibili!»
Arturo guardò Lupita, che teneva ancora stretto il paletto di ferro con le mani tremanti, e poi posò lo sguardo sulla piccola Ximena.
«Non sono stato io, Sergio», disse Arturo con un sorriso pieno di orgoglio e sollievo. «È stata la mia famiglia. Hanno dimostrato ancora una volta che il coraggio e la lealtà di questa madre e di questa figlia sono più forti di qualsiasi esercito di criminali.»
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