Il Segreto della Poltrona
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Il Segreto della Poltrona

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Il giorno dopo, l'ospedale sembrava insolitamente silenzioso. I raggi del sole filtravano attraverso le tende beige della stanza, proiettando lunghe ombre geometriche sul pavimento. Valerio era seduto sulla stessa poltrona, ma questa volta aveva in mano un piccolo taccuino con la copertina blu, quello che usava per disegnare le sue astronavi e i fumetti di supereroi.

« Nonna, ieri sera, prima che arrivassi tu in ospedale, ho trovato una cosa nella vecchia giacca di zia Lisa mentre cercavo le mie chiavi di casa » disse il bambino, guardandosi intorno con circospezione prima di tirare fuori dalla tasca un mazzo di chiavi sconosciute e una piccola busta sigillata.

Il mio cuore saltò un battito. Sulle chiavi c'era un'etichetta plastificata consumata dal tempo, con una sigla che riconobbi immediatamente: C.B. - Deposito 412. Era la chiave di una vecchia cassetta di sicurezza fuori città, che apparteneva a mio marito defunto e che io credevo fosse stata svuotata anni prima.

« Dove l'hai trovata, amore mio? » chiesi, sentendo un brivido freddo risalire lungo la schiena.

« Nella tasca del cappotto che Lisa ha lasciato appeso nell'ingresso di casa nostra » rispose Valerio, porgendomi la busta con mani tremanti. « C'era anche questo documento dentro. Non so leggere tutte quelle parole difficili con i termini legali, ma c'è il tuo nome e una firma che sembra la tua... ma tu non ricordi di averla mai fatta, vero? »

Presi la busta. All'interno c'era un atto di donazione e cessione di proprietà relativo proprio alla nostra casa, datato appena tre settimane prima del mio incidente. La firma in calce era una copia quasi perfetta della mia, ma osservandola con attenzione, notai la tremenda precisione innaturale dei tratti, tipica di una falsificazione eseguita con cura certosina.

Lisa non stava soltanto tramando alle nostre spalle; aveva già messo in moto un piano legale per estrometterci da ogni bene prima ancora che io potessi accorgermene. L'incidente sulla tangenziale, improvviso e misterioso, aveva quasi rischiato di chiudere la questione per sempre.

« Valerio » dissi, afferrando la sua manina con decisione. « Ascoltami attentamente. Oggi pomeriggio, quando i medici verranno a farmi la visita di controllo e diranno che sto migliorando, chiederò la dimissione anticipata. Tu non devi dire nulla a Lisa. Quando lei tornerà stasera, faremo finta di niente. »

« Ma nonna, come faremo a fermarla se ha già firmato quei fogli? » chiese il bambino, con una maturità dolorosa negli occhi scuri.

« Andremo a fondo di questa storia » risposi, guardando fuori dalla finestra verso il traffico della città che scorreva indifferente. « Ma prima dobbiamo capire chi l' sta aiutando. Lisa non avrebbe mai potuto falsificare quella firma senza l'aiuto di qualcuno esperto in questioni legali o finanziarie. »

Mentre parlavamo, la porta si aprì improvvisamente. Un uomo alto, con un abito scuro e una valigetta di pelle in mano, entrò nella stanza con un sorriso di circostanza stampato sulle labbra. Riconobbi subito l'avvocato Moretti, un vecchio collaboratore della nostra famiglia, ma nei suoi occhi non c'era traccia della solita cordialità professionale. C'era solo un imbarazzo freddo e calcolato.