Il cielo sopra le montagne circostanti si riempì improvvisamente di un rombo cupo, potente e metallico che fece vibrare il terreno sotto i nostri piedi. Due elicotteri della Guardia di Finanza con le insegne della Repubblica spiegate spuntarono all'improvviso da dietro il crinale roccioso, planando a bassa quota direttamente sopra il molo e sollevando folate di vento e spruzzi d'acqua accecanti.
I volti degli sgherri di Marco si tinsero di un pallore improvviso. Persino il sorriso sprezzante del genero svanì in una frazione di secondo, sostituito da un'espressione di puro panico.
«Che diavolo...?! Chi ha chiamato questi?!», urlò Marco coprendosi gli occhi con le mani per difendersi dal vento sollevato dalle pale degli elicotteri.
Dalle portiere degli elicotteri calarono rapidamente funi e agenti specializzati in tenuta antisommossa, mentre contemporaneamente da terra sbucavano decine di veri carabinieri e finanzieri con i blindati che sfondavano i blocchi stradali creati dai falsi agenti dei Rossi.
L'avvocato Moretti, spuntato da un'auto civile della polizia che seguiva la nostra a distanza di sicurezza, avanzò con un sorriso trionfante brandendo un tablet ufficiale.
«Non hai fatto i conti con il procuratore antimafia di Milano, ragazzo», gridò Moretti sovrastando il rumore dei motori. «Avevamo capito che la rete locale era compromessa, così abbiamo fatto saltare la giurisdizione territoriale direttamente a livello nazionale fin da ieri sera!»
Il caos fu totale. Gli uomini di Marco tentarono una vana resistenza, ma furono immobilizzati e ammanettati nel giro di pochissimi secondi prima che potessero reagire. Beatrice fu liberata e immediatamente avvolta in una coperta termica dai sanitari della Croce Rossa sopraggiunti con le ambulanze.
Marco cercò disperatamente di raggiungere la sua berlina per darsi alla fuga, ma gli sbarra' la strada con un balzo fulmineo, spinto da una rabbia accumulata in due anni di sofferenze inflitte a mia figlia. Prima che potesse estrarre una pistola dalla fondcella interna alla giacca, gli afferrai il bavero del cappotto e lo sbattei contro il cofano dell'auto con tutta la forza che mi era rimasta in corpo.
«Questa è per tutte le volte che hai fatto piangere mia figlia», gli dissi guardandolo dritto negli occhi, mentre i carabinieri gli stringevano le mani dietro la schiena con le manette d'acciaio.
Clara scese finalmente dall'auto, correndo verso di me e abbracciandomi forte, con le lacrime di liberazione che rigavano finalmente il suo volto. L'incubo era finito. O almeno, così credevamo.






