I fari della vettura misteriosa rimasero spenti per chilometri, un'ombra minacciosa che ci tallonava lungo le curve insidiose della statale del Brennero. Sapevo che non poteva essere una coincidenza. I Rossi si erano accorti della breccia nella sicurezza o, peggio ancora, Beatrice era stata scoperta e pedinata.
«Papà, ci stanno seguendo», mormorò Clara, voltandosi continuamente verso il lunotto posteriore sporco di fango.
«Tieni duro, conosco queste strade come le mie tasche», risposi stringendo il volante con tanta forza che le mie nocche erano diventate bianche.
La vecchia station wagon che guidavo non aveva la potenza delle berline sportive dei magnati del Trentino, ma conosceva ogni singola buca, ogni scorciatoia e ogni tornante sterrato di quella zona montana. Improvvisamente, spensi i fari della mia auto, affidandomi unicamente alla mia memoria visiva e alla debole luce della luna che filtrava attraverso le fitte nuvole.
«Cosa fai?! Ci schianteremo!», urlò Clara trattenendo il fiato.
«Fidati di tuo padre», dissi mentre imboccavo bruscamente una vecchia mulattiera abbandonata che scendeva ripida verso il fondovalle, un sentiero che le auto moderne con assetto ribassato non avrebbero mai potuto percorrere senza sfasciare la coppa dell'olio.
Il veicolo saltellava violentemente sulle pietre, i rami degli alberi graffiavano la carrozzeria con un rumore metallico agghiacciante, ma continuai a spingere l'acceleratore finché non ci trovammo nascosti sotto una fitta tettoia naturale di abeti secolari, completamente invisibili dalla strada principale.
Pochi secondi dopo, sfrecciò rombando sulla strada sopra di noi un SUV nero dai vetri oscurati, procedendo a velocità folle verso sud, superando il punto in cui avevamo svoltato.
Trattenemmo il fiato per lunghi minuti, ascoltando il rumore del motore che si perdeva lontano nella notte.
«Ci è andata bene», sussurrai asciugandomi il sudore dalla fronte con la manica della camicia.
Ma sapevo che era solo una tregua temporanea. La chiavetta USB che Clara stringeva in mano era una bomba a orologeria capace di distruggere l'intero impero finanziario dei Rossi, ma rappresentava anche il nostro biglietto di sola andata per un bersaglio mobile.
Rientrammo a Verona all'alba, stanchi ma determinati. L'avvocato Moretti ci aspettava nello studio con un vecchio laptop disconnesso da qualsiasi rete internet per evitare intercettazioni informatiche. Inserimmo la chiavetta USB.
Il contenuto si aprì istantaneamente: file PDF, transazioni bancarie cifrate in paradisi fiscali caraibici, registrazioni audio di riunioni segrete in cui il patriarca discuteva apertamente di corruzione politica e tangenti edilizie per la costruzione del nuovo complesso turistico sul lago.
«Questo è il colpo del secolo», mormorò Moretti con gli occhi sgranati davanti allo schermo. «Con queste prove, non parliamo solo di divorzio o abusi familiari; qui rischiamo trent'anni di carcere per associazione a delinquere di stampo economico e riciclaggio.»
Tuttavia, mentre l'avvocato preparava i fascicoli da depositare in tribunale la mattina stessa, il citofono della mia officina suonò con un rintocco metallico e insistente.
Ci guardammo tutti e tre in silenzio. Erano le sei del mattino. Nessun cliente si sarebbe mai fatto vivo a quell'ora, a meno che non portasse un messaggio definitivo.






