Mi alzai lentamente dalla sedia, facendo cenno a Clara e Moretti di rimanere in silenzio nell'ufficio sul retro. Presi una pesante chiave inglese dal banco di lavoro per legittima difesa e mi avvicinai alla porta d'ingresso della serranda semiabbassata.
Sbirciai attraverso la fessura. Non c'erano auto della polizia, né sgherri in abito scuro con fare minaccioso. C'era invece un corriere in bicicletta con il volto semi-coperto da un cappuccio, che lasciò cadere un pacco marrone sul gradino prima di allontanarsi in fretta a gran pedalata.
Apersi la serranda con cautela e raccolsi il pacco. Era pesante, sigillato con nastro adesivo da imballaggio e indirizzato con precisione al mio nome scritto a mano con una calligrafia elegante e fredda.
Tirai via il nastro e sollevai il coperchio di cartone. All'interno non c'erano bombe o minacce esplicite, ma qualcosa che mi colpì dritto al cuore: un vecchio carillon di legno intarsiato che apparteneva a Clara quando era bambina, un oggetto che avevamo lasciato nella casa coniugale durante la fuga precipitosa dalla villa.
Accanto al carillon c'era un biglietto scritto a mano: "Il passato non si cancella bruciando le carte, caro meccanico. Se volete rivedere vostra figlia Beatrice sana e salva, e se volete che la vostra officina continui a esistere, domani a mezzogiorno vi voglio soli al vecchio molo di Riva del Garda. Senza polizia. Senza avvocati."
Clara, che mi aveva raggiunto alle spalle, sbiancò di colpo vedendo il carillon. «Hanno preso Beatrice... È colpa mia, si sono accorti che ci ha aiutato.»
La disperazione nei suoi occhi minacciava di sopraffarla. Avevamo pensato di essere un passo avanti, ma il patriarca dei Rossi aveva anticipato ogni nostra mossa, usando la generosità di Beatrice come esca per intrappolarci in un vicolo cieco.
«Non andremo da soli e non ci cascheremo come polli», disse l'avvocato Moretti intervenendo con fermezza pragmatica. «Questa è una classica trappola per sequestro di persona e estorsione. Dobbiamo avvisare la squadra mobile di Trento, ma dobbiamo farlo passando sopra i canali locali, contattando direttamente il procuratore capo distrettuale che conosco fin dai tempi dell'università.»
Mentre Moretti componeva il numero cifrato sul suo telefono satellitare protetto, mi resi conto che il tempo a nostra disposizione si era ridotto a poche ore. La battaglia non si combatteva più solo a colpi di carte bollate e codici segreti, ma era diventata una questione di vita o di morte sulle rive fredde del lago dove tutto era cominciato.
Preparammo un piano d'emergenza: avremmo finto di presentarci all'appuntamento al molo di Riva del Garda, mentre una squadra speciale della polizia finanziaria avrebbe circondato l'area con un blitz coordinato per liberare Beatrice e cogliere in flagrante i rapitori durante lo scambio delle prove.
Ma i Rossi non erano sprovveduti. E la sorpresa che ci aspettava al lago avrebbe cambiato per sempre le sorti del nostro scontro.






