Il Segreto del Lago
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Il Segreto del Lago

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L'incontro con l'avvocato Moretti segnò l'inizio di una cospirazione silenziosa all'interno della nostra stessa città. Moretti sapeva che la famiglia Rossi aveva tentacoli ovunque: nei consigli di amministrazione delle banche locali, nei circoli esclusivi e persino tra le forze dell'ordine della regione.

«Dobbiamo trovare un alleato inaspettato all'interno del loro stesso cerchio magico», propose Moretti bevendo un sorso di caffè amaro. «Qualcuno che abbia un movente personale per veder crollare il patriarca.»

Clara aggrottò la fronte, riflettendo sulle dinamiche interne alla villa sul lago. «C'è Beatrice», disse all'improvviso con voce bassa, quasi avesse paura di essere ascoltata anche tra le mura domestiche.

«Chi è Beatrice?» chiesi, voltandomi verso di lei.

«È la moglie del fratello maggiore di Marco, Lorenzo. Una donna che vive nella stessa gabbia dorata, trattata come un trofeo e costretta al silenzio dopo aver perso la custodia nominale dei suoi beni personali in seguito a un contratto prematrimoniale blindato. Odia il patriarca più di chiunque altro, perché è stato lui a distruggere l'azienda di suo padre anni fa con un ricatto spietato.»

L'idea era folle e pericolosa quanto basta per poter funzionare. Mettersi in contatto con Beatrice significava infiltrarsi nuovamente nel raggio d'azione dei Rossi, ma questa volta dall'interno.

Decidemmo di agire la notte stessa. Sotto una pioggia battente che offuscava i fari della mia automobile, guidai fino a un punto isolato nei pressi del perimetro della villa dei Rossi, dove sapevo che le telecamere di sicurezza presentavano un angolo morto a causa di un vecchio albero di castagno i cui rami non erano stati potati.

Clara indossava una giacca scura e aveva il cappuccio tirato sulla fronte. Prima di scendere dall'auto, le strinsi la mano forte. «Stai attenta, amore mio. Se non torni entro due ore, io entro a cercarti costi quel che costi.»

«Tranquilla, papà. Beatrice mi aspetta nella serra sul retro. È lì che solitamente si rifugia quando vuole respirare un po' d'aria pulita», mi sussurrò prima di svanire nell'oscurità del parco.

Il tempo trascorse con una lentezza estenuante. Ogni minuto durava un'eternità. Guardavo il quadrante dell'orologio sul cruscotto: passavano i quarti d'ora, la pioggia batteva furiosa sul metallo della carrozzeria, e nella mia mente sfilavano i peggiori scenari possibili. E se i guardiani l'avessero scoperta? E se Marco fosse stato di ritorno?

Quando mancavano pochi minuti alla scadenza delle due ore, un debole fascio di luce di una torcia lampeggiò tre volte vicino alla recinzione. Un segnale convenuto.

Il cuore mi saltò in gola. Corsi fuori dall'auto, incurante del fango e del freddo, e aiutai Clara a scavalcare la staccionata. Aveva il respiro affannato, ma sul suo volto c'era un sorriso trionfante. Stringeva in mano una chiavetta USB argentata.

«Ce l'ho fatta, papà», disse con un filo di voce mentre ripartivamo a fari spenti. «Beatrice ci ha dato molto più di quanto sperassimo: i codici dei conti offshore dove la famiglia ricicla i fondi illeciti.»

Ma mentre ci allontanavamo velocemente lungo la strada statale, uno specchietto retrovisore mi mostrò una sagoma scura che ci seguiva a debita distanza, con i fari spenti.