Il cielo sopra il Lago di Garda era plumbeo e minacciava pioggia quando arrivammo nei pressi del vecchio molo turistico di Riva. La stagione balneare era ancora lontana, e la promenade era completamente deserta, battuta da un vento freddo che increspava l'acqua scura con onde brevi e livide.
Al volante della mia vecchia auto, con Clara seduta accanto e l'avvocato Moretti in contatto telefonico costante con la centrale operativa della polizia a distanza di sicurezza, avanzai lentamente fino al punto indicato nel biglietto.
Davanti a noi, posteggiata proprio sul bordo del molo, c'era una lussuosa berlina nera dai vetri scuri. La portiera posteriore si aprì lentamente e ne scese Marco, accompagnato da due uomini massicci in impermeabile che tenevano per le braccia una donna con il cappotto chiaro: Beatrice. Aveva il viso pallido e lo sguardo terrorizzato, ma cercava di mantenere una dignità fiera.
Spensi il motore e scesi dall'auto, tenendo le mani bene in vista. Clara fece per seguirmi, ma la bloccai con lo sguardo: «Rimani qui dentro, per favore.»
«Guarda un po' chi si vede», esordì Marco con un ghigno sprezzante, facendo qualche passo avanti mentre il vento gli scompigliava i capelli biondi perfettamente pettinati. «Il vecchio meccanico e la sua banda di dilettanti. Pensavate davvero di poterci ricattare con quella chiavetta USB da quattro soldi?»
«Lasciate andare Beatrice», dissi avanzando con calma, misurando ogni singola parola per guadagnare tempo prezioso. «La partita è chiusa. La polizia sa tutto.»
Marco scoppiò in una risata secca e innaturale che echeggiò vuota sul molo deserto. «La polizia? Pensi davvero che non abbiamo controllato le vostre comunicazioni satellitari? Il tuo amato avvocato ha parlato con un contatto corrotto dal nostro libro paga prima ancora che potesse comporre il numero del procuratore.»
Un brivido gelato mi percorse la schiena. Ci avevano anticipato di nuovo. L'illusione di avere una via d'uscita sicura svanì in un istante.
Proprio in quel momento, dai viali laterali sbucarono tre fuoristrada scuri che bloccarono ogni possibile via di fuga alla mia vettura, intrappolando me e Clara in una tenaglia di ferro. Dalle auto scesero altri uomini armati di distintivi falsi ma con espressioni tutt'altro che amichevoli.
«Adesso mi darete la chiavetta originale, consegnerete tutti i backup e firmerete la rinuncia a qualsiasi pretesa ereditaria e patrimoniale sulla holding», scandì Marco con voce gelida, facendo cenno ai suoi scagnozzi di stringere il cerchio attorno a me.
Guardai verso l'acqua scura del lago, poi verso Clara che mi guardava disperata dal finestrino dell'auto. Sapevo che firmare significava condannarci a una prigionia eterna, morale o fisica. Ma in quel momento esatto, un rumore sordo e assordante ruppe il silenzio del lago.






