Il prezzo del silenzio
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Il prezzo del silenzio

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L'uomo si alzò lentamente dalla sedia di legno con una grazia misurata che stonava terribilmente con la freddezza del suo sguardo. I suoi capelli d'argento erano perfettamente pettinati all'indietro, e il suo abito grigio fumo sembrava appena uscito da una sartoria di Parigi. Nonostante l'età apparente — circa sessant'anni — la sua presenza emanava un'autorità schiacciante, una carica di pericolo latente che fece arretrare d'istinto persino Nadia.

"Il Barone..." sussurrò Nadia con la voce carica di minaccia, senza staccare la mano dalla fondina sotto la giacca.

"I titoli nobiliari sono così antichi e drammatici, mia cara Nadia," disse l'uomo facendosi un passo avanti, la luce fioca delle feritoie del faro ne illuminava i tratti scavati e gli occhi di un azzurro trasparente e privo di vita. "Preferisco essere chiamato Jean-Luc. Jean-Luc Bertrand. Il vostro datore di lavoro... o meglio, colui che ha finanziato la crescita della Sardina & Fratelli negli ultimi quindici anni."

"Come hai fatto a trovare questo posto?" chiesi io, spingendo Sofia ancora più indietro lungo la parete di pietra del faro. "Claudio ha detto che nessuno conosceva questa cassaforte!"

Jean-Luc fece un piccolo riso sommesso, scuotendo la testa con finta delusione. "Ah, il povero Claudio. Un uomo così intelligente per la logistica, ma così tragicamente ingenuo per la natura umana. Pensi davvero che potesse nascondermi qualcosa per sei mesi? I conti cifrati di cui vi ha parlato... sono stati aperti con il mio capitale iniziale. Io ho le chiavi d'accesso fin dal primo giorno."

L'agente della polizia che ci scortava fece per estrarre l'arma d'ordinanza dalla cintura, ma prima che potesse completare il gesto, tre uomini armati di mitra con silenziatore sbucarono dalle ombre della scala a chiocciola sopra di noi, puntando i puntatori laser rossi direttamente sul petto dell'agente e di Nadia.

"Non fate sciocchezze, vi prego," continuò Jean-Luc con tono conversazionale. "La polizia italiana è molto efficiente nelle sue operazioni locali, ma non ha la portata per competere con le strutture transnazionali. Il viadotto è stato solo un piccolo diversivo per spingervi esattamente dove volevo che andaste: qui, lontano dai riflettori della stampa e dai commissariati."

"Cosa vuoi da noi?" chiesi io cercando di mantenere la voce ferma, anche se le mie mani tremavano così tanto che dovetti stringerle a pugno.

"Voglio semplicemente quello che mi appartiene, signora Sardina," rispose Jean-Luc indicando la valigetta ignifuga che l'agente teneva sotto il braccio. "Il Registro N. 4 contiene la mappatura completa dei nostri conti di lavaggio denaro in Svizzera e nei Caraibi. Mio nipote Roberto ha commesso l'errore di appuntare nomi e transazioni reali su quel tomo per ricattarmi in caso di estromissione. Un errore che ha pagato a caro prezzo stamattina."

"L'hai fatto esplodere tu..." disse Nadia furiosa.

"Roberto era diventato una passività," ammise Jean-Luc senza tradire la minima emozione. "Non aveva la tempra per resistere a un interrogatorio rigoroso della Procura Antimafia. Ma voi... voi tre siete una questione diversa. Voi siete la famiglia di Claudio."

Jean-Luc fece un cenno a uno dei suoi uomini, che scese i gradini della scala a chiocciola portando con sé un piccolo monitor portatile collegato a una videocamera in tempo reale. L'uomo ruotò lo schermo verso di noi.

Sullo schermo c'era un'immagine in diretta di una stanza spoglia, illuminata da una singola lampada da tavolo. Al centro della stanza, legato a una sedia di metallo, c'era un uomo con la testa china e il volto coperto di lividi.

Il mio cuore si fermò. Anche se era sfigurato dai colpi e visibilmente denutrito, riconobbi immediatamente quelle spalle, quei capelli castani ricci, quelle mani che avevano stretto le mie per dieci anni.

"Claudio..." urlai con un filo di voce, soffocando un singhiozzo di puro dolore.

"Mamma... è il papà? Il papà è vivo?!" Sofia cominciò a piangere disperatamente, cercando di correre verso lo schermo, ma io la trattenni a stento.

"Sì, mia piccola," disse Jean-Luc guardando Sofia con un'affettazione disgustosa. "Tuo padre è vivo. La Polizia di Stato ha creduto di averlo nascosto in un rifugio sicuro ad Aosta sotto la loro protezione... ma i miei uomini sono ovunque. Lo abbiamo prelevato quarantotto ore fa senza che la Procura se ne accorgesse nemmeno."

Jean-Luc si voltò verso di me, l'espressione diventò improvvisamente dura come la pietra. "Ecco la mia offerta, Elena. Tu mi consegni la valigetta con il registro e mi firmi l'ordine di trasferimento bancario che ho preparato sul mio tablet. In cambio, ti restituisco tuo marito e vi lascio partire tutti e tre per il Sud America con una nuova identità fornita dalle mie organizzazioni. Se ti rifiuti... tuo marito morirà in diretta su questo schermo, e voi tre non uscirete mai da questo faro."

Nadia mi guardò con uno sguardo disperato, ma sapevo che non avevamo scelti. Non potevo guardare l'uomo che amavo morire davanti agli occhi di nostra figlia.

"Va bene..." sussurrai con la testa china. "Ti darò quello che vuoi. Ma prima fammi parlare con lui. Fammi sentire la sua voce per assicurarmi che sia davvero vivo."

Jean-Luc sorrise con soddisfazione e fece un cenno al suo uomo, che premette un tasto sul monitor per attivare l'audio bidirezionale.

"Claudio..." dissi con la voce rotta dalle lacrime. "Mi senti?"

Sullo schermo, l'uomo legato alla sedia sollevò faticosamente la testa. I suoi occhi gonfi si aprirono a stento, cercando la videocamera.

"Elena... no..." disse Claudio con una voce debole, raschiante. "Non farlo... non dargli niente... è una tra