L'esplosione trasformò il viadotto in un'inferno di lamiera contorta, fumo denso e urla di panico. L'onda d'urto spezzò i vetri delle volanti della polizia rimaste vicine, mentre frammenti incandescenti del SUV volavano come proiettili nel cielo grigio dell'alba.
L'Ispettore Vasta mi tenne incollata all'asfalto finché la pioggia di detriti non cessò. Quando mi rialzai, tossendo per il fumo pungente di plastica e carburante bruciato, la scena che mi si parò davanti era apocalittica. Due agenti della Finanza giacevano a terra feriti, soccorsi dai colleghi, mentre l'auto di scorta che trasportava Roberto era stata parzialmente investita dalla fiammata.
"Sofia!" urlai disperata, cercandola con lo sguardo nel fumo.
"Mamma! Sono qui!" la voce di mia figlia mi giunse da dietro una volante della polizia. La giovane agente la stava proteggendo con il proprio corpo. Corsi da lei e la strinsi in un abbraccio soffocante, controllando ogni centimetro del suo corpo per assicurarmi che stesse bene. Era illesa, ma i suoi occhi trasudavano un terrore atavico.
L'Ispettore Vasta si alzò da terra con la pistola spianata, muovendosi rapidamente tra i rottami fumanti per perquisire la zona. Si avvicinò alla volante dove Roberto era stato ammanettato. L'uomo era ancora vivo, incastrato sul sedile posteriore, con il viso sfigurato dal terrore e dal fumo.
"Chi ha piantato la bomba, Roberto?!" urlò l'Ispettore tirandolo fuori per il bavero della giacca. "Parla, maledetto! Chi c'è sopra di te?!"
Roberto tossì violentemente, sputando fumo nero. Per la prima volta da quando era iniziata quella lunga notte, nei suoi occhi non c'era più arroganza né rabbia: c'era solo un terrore puro, assoluto, verso qualcosa di molto più grande e spietato di lui.
"Pensate... pensate che fossi io il capo?" balbettò Roberto con la voce spezzata dalla paura. "Io ero solo il distributore locale... L'esplosivo... è il loro marchio di fabbrica. Se parlo, non mi salverete nemmeno dentro un carcere di massima sicurezza..."
"Il Cartello di Marsiglia," disse Nadia, che si era avvicinata barcollando con una fasciatura improvvisata sulla testa preparata dai paramedici. "Claudio aveva scoperto che i container non arrivavano solo da Messina. La merce proveniva dalla Francia. Roberto era solo un pedone su una scacchiera internazionale."
Tirai fuori il telefono satellitare che era caduto sull'asfalto durante l'esplosione. Il display era incrinato, ma la chiamata era ancora aperta. Portai di nuovo l'apparecchio all'orecchio con mano tremante.
"Claudio? Claudio, mi senti?!" venni quasi meno per l'angoscia.
"Elena! State bene?! Ho sentito l'esplosione!" la voce di mio marito dall'altra parte del filo era rotta dal panico. "Dovete sparire subito! Se l'organizzazione ha attivato la procedura di pulizia, significa che il loro uomo di punta in Italia — Il Barone — è già sul posto!"
"Chi è Il Barone, Claudio?" chiesi mentre l'Ispettore Vasta si avvicinava per ascoltare la conversazione attraverso il vivavoce.
"È il coordinatore delle operazioni transfrontaliere," rispose Claudio rapidamente. "Nessuno conosce la sua vera identità. Non si fa mai vedere in pubblico. Ma è lui che controlla la logistica nei porti di Messina, Catania e Palermo. E se ha deciso di eliminare Roberto per tappargli la bocca, eliminerà chiunque sia entrato in contatto con quel registro!"
L'Ispettore Vasta prese il telefono dalle mie mani. "Signor Sardina, sono l'Ispettore Vasta. L'operazione di messa in sicurezza è compromessa qui sul viadotto. Abbiamo troppi feriti e non possiamo garantire la tenuta del perimetro. Dove si trova la sua cassaforte di emergenza?"
Un attimo di silenzio dall'altra parte della linea, poi Claudio rispose con voce ferma: "A Siracusa. Nel vecchio faro dismesso di Capo Murro di Porco. È l'unico posto dove l'organizzazione non ha mai messo piedi. Lì ho nascosto le copie digitali dei codici d'accesso ai conti bancari cifrati del Cartello. Nadia sa come arrivarci."
"Ricevuto," disse l'Ispettore. Poi si voltò verso due dei suoi agenti più fidati. "Caricate Nadia, la signora Sardina e la bambina su un'auto civetta incrociatore. Niente lampeggianti, niente sirene. Prendiamo le strade secondarie per Siracusa."
Roberto venne caricato su un'ambulanza blindata scortata da tre gazzelle dei Carabinieri dirette all'ospedale di Messina, mentre noi venimmo fatte salire su un'anonima berlina scura con i vetri oscurati.
Mentre l'auto si immetteva sulla statale interna per evitare le arterie principali controllate dalle telecamere di videosorveglianza, mi girai a guardare Sofia, che riposava la testa sulle mie ginocchia. Il Registro N. 4 era al sicuro dentro una valigetta ignifuga sotto il sedile del guidatore.
Nadia, seduta accanto a me sul sedile posteriore, si controllava la ferita alla testa con uno specchietto da borsetta. "Il Barone non è un fantasma, Elena," disse a bassa voce per non farsi sentire dall'agente alla guida. "Durante i miei due anni di copertura nell'azienda di tuo cognato, ho notato che Roberto riceveva una telefonata ogni martedì alle tre di notte da un numero fisso registrato a una villa di lusso sulla costa di Taormina."
"La villa di Taormina..." ricordai d'impatto. "Roberto mi aveva chiesto di incontrarlo proprio lì stasera!"
"Esatto," confermò Nadia con uno sguardo serio. "Quella villa non apparteneva a tuo cognato. Appartiene a un prestanome di una società offshore svizzera. È lì che Il Barone gestisce le sue operazioni."
L'auto proseguì il suo viaggio verso sud, immergendosi nella campagna siracusana mentre la nebbia lasciava finalmente il posto a un cielo azzurro e limpido. Ma la sensazione di essere braccati non mi abbandonava.
Verso le nove del mattino, la berlina arrivò nei pressi della scogliera di Capo Murro di Porco. La maestosa struttura del faro bianco si ergeva rocciosa contro il blu profondo del Mare Ionio, circondata solo da scogli appuntiti e dalla macchia mediterranea sferzata dal vento.
L'agente parcheggiò l'auto dietro un vecchio magazzino in pietra deserto. Scendemmo con cautela. Il silenzio del luogo era interrotto solo dal grido dei gabbiani e dal fragore delle onde che si frangevano contro le rocce sottostanti.
Ci avvicinammo all'ingresso del faro. Nadia tirò fuori una chiave d'acciaio dalla forma complessa e la inserì nella pesante porta di ferro arrugginito. La porta si aprì con un cigolio cupo.
Entrammo. L'interno era buio, fresco, dominato dalla scala a chiocciola in ghisa che saliva verso la lanterna superiore. Ma prima che potessimo fare un solo passo verso la rampa di scale, una figura si delineò nell'ombra del vestibolo.
Un uomo anziano, elegante, con un abito sartoriale grigio e un bastone dal pomello d'argento, ci stava aspettando seduto su una sedia di legno.
Nadia bloccò d'istinto me e Sofia dietro di sé, portando la mano alla fondina. "Chi sei tu? Come sei entrato qui?"
L'uomo sorrise con un'eleganza agghiacciante, sollevando il bastone e appoggiandolo al pavimento con un colpo secco.
"Benvenute a casa di Claudio, signore," disse con un accento francese impeccabile e glaciale. "Vi stavo aspettando."






