Il prezzo del silenzio
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Il prezzo del silenzio

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Roberto avanzò con calma felina, i suoi passi risuonavano sul pavimento di cemento del sotterraneo con un ritmo cadenzato e spietato. La luce della mia torcia illuminava il suo volto, trasformandolo in una maschera grottesca di avidità e disprezzo. L'arma nella sua mano destra, nera e opaca, rimase puntata dritta al mio petto.

Spinsi d'istinto Sofia dietro la mia schiena, usandola come uno scudo umano. Sapevo che Roberto era un uomo privo di scrupoli, ma volevo sperare che un briciolo di umanità gli impedisse di sparare davanti alla sua stessa nipote.

"Roberto... come hai potuto?" la mia voce uscì rotta, tradita dalla rabbia e dal terrore. "Claudio era tuo fratello! Ha condiviso tutto con te!"

Roberto trasse un lungo sospiro teatrale, scuotendo la testa come se stesse parlando con una bambina capricciosa. "Claudio era un debole, Elena. Un moralista ingenuo. Ha scoperto il nostro canale di distribuzione e voleva distruggere trent'anni di lavoro della nostra famiglia. Voleva andare dai magistrati! Pensi davvero che avrei potuto permettergli di mandare in rovina me, la società e le persone molto potenti con cui lavoriamo?"

"L'hai ucciso tu..." sussurrai, mentre le lacrime cominciavano a rigarmi il volto bagnato dalla pioggia.

"È stato un tragico incidente stradale, cara cognata," disse sorridendo in modo agghiacciante. "Un piccolo guasto ai freni sulla statale. Un lavoro pulito. Ma tu... tu dovevi solo firmare quei maledetti fogli che ti ho preparato. Ti avrei dato una rendita vitalizia, ti avrei mandata a vivere al nord con Sofia. Invece hai dovuto dare ascolto a Nadia."

"Chi è Nadia, Roberto? Che cosa c'entra in tutto questo?" chiedesti cercando di guadagnare tempo, mentre con la mano sinistra dietro la schiena toccavo il bordo del pesante registro di pelle sul tavolo.

"Nadia era la segretaria di Claudio. La sua amante, per un breve periodo, prima che lui capisse di aver fatto un errore," disse Roberto con un disprezzo palpabile. "L'ha usata per nascondere i documenti dell'archivio prima di morire. Ma non preoccuparti per lei: i miei uomini l'hanno rintracciata al porto di Messina stasera. Pensava di riuscire ad avvertirti prima di noi. È stata un'illusione breve."

Un senso di nausea mi assalì. Quindi la donna del traghetto era già caduta nelle loro mani? O stava correndo un pericolo mortale proprio mentre noi eravamo bloccate lì dentro?

"Ora, Elena," Roberto fece un altro passo verso di me, sollevando leggermente la pistola. "Passami quel registro. E mi firmerai la rinuncia all'eredità adesso, su questo tavolo. Dopodiché vedremo cosa fare con voi due."

"Non ti darò niente, Roberto!" urlai con tutta la forza che avevo in corpo.

"Non mi lasci scelta," rispose lui scurendosi in volto. Fece per alzare il silenziatore.

In quel preciso istante, un'ombra si scagliò contro di lui dall'oscurità del corridoio alle sue spalle. Era l'uomo dell'appartamento — l'inseguitore che avevo colpito col candelabro — che era arrivato fin laggiù. Ma non stava attaccando me: barcollava, insanguinato alla testa, gridando: "Roberto! C'è la polizia sopra! Qualcuno ha chiamato il 112!"

La distrazione durò una frazione di secondo, ma fu tutto ciò di cui ebbi bisogno.

Afferrai il pesante Registro N. 4 con entrambe le mani e lo scagliai con quanta forza possedevo direttamente sul volto di Roberto. Il tomo rilegato in pelle lo colpì in pieno viso, spezzandogli il setto nasale con un rumore sordo. Roberto cacciò un urlo di dolore e rabbia, barcollando all'indietro e perdendo la presa sulla pistola, che volò sul pavimento rotolando sotto le scaffalature metalliche.

"Corsa, Sofia! Scappa!" urlai afferrando la bambina per un braccio.

Uscimmo di corsa dall'archivio, lasciando Roberto che si teneva il volto insanguinato imprecando e l'altro uomo che cercava brancolando nel buio di recuperare l'arma. Non potevamo ripercorrere le scale verso il mio appartamento: ci avrebbero intrappolate. Sfruttai la mia conoscenza di quel vecchio edificio d'epoca, ricordando che i sotterranei dell'isolato erano collegati tra loro attraverso i vecchi tunnel della rete fognaria e delle cantine commerciali della via Cannizzaro.

Corsi lungo un passaggio stretto e polveroso, trascinando Sofia che piangeva in silenzio per il terrore. Le mie gambe tremavano, il fiato mi bruciava nei polmoni. La luce della torcia sussultava violentemente illuminando pareti di mattoni rossi arricchite da ragnatela e umidità.

Dietro di noi, i passi pesanti dei due uomini risuonavano rimbombando nel tunnel.

"Elena! Non puoi fuggire! Non uscite vive da qui!" la voce di Roberto era distorta dalla rabbia e dal dolore, simile al ruggito di una belva ferita.

Arrivammo in fondo al tunnel sotterraneo. Davanti a noi si ergeva una pesante grata di ferro, bloccata da un catenaccio arrugginito. Spinsi con tutto il corpo, ma la grata era immobile. Eravamo in un vicolo cieco.

I passi dietro di noi si facevano sempre più vicini. Potevo sentire il respiro affannoso di Roberto che si avvicinava.

"Mamma... ci prenderanno?" mi chiese Sofia con le lacrime che le rigavano le guance infangate.

La strinsi a me, coprendole gli occhi con la mano. Non avevo più armi, non avevo più via d'uscita. Mi voltai verso il buio del tunnel, pronta ad affrontare mio cognato per l'ultima volta.

Ma proprio mentre la figura di Roberto riappariva nel raggio della mia torcia con un secondo coltello da caccia estratto dalla giacca, dal lato opposto della grata di ferro si sentì un forte rumore metallico.

Una sega circolare portatile cominciò a tagliare le sbarre della grata con un getto di scintille arancioni che illuminarono il sotterraneo come fuochi d'artificio. In pochi secondi, la grata crollò in avanti con un fragore metallico.

Dall'altra parte della grata apparsa una figura snella, bagnata di pioggia, con un impermeabile scuro e uno sguardo fiero e disperato.

Era Nadia. La donna del traghetto.

"Presto! Passate di qua!" gridò allungando le mani verso di me e Sofia. "I magistrati sono fuori, ma dobbiamo uscire subito da questo canale!"