Il sangue mi si congelò nelle vene. Rimasi pietrificata al centro del salotto buio, con il cuore che batteva così forte da rimbombarmi nelle orecchie. Guardai Sofia: fortunatamente dormiva profondamente sul divano, rannicchiata sotto la vecchia coperta di lana.
La chiave nella toppa girò una volta. Poi una seconda. Un suono metallico, secco, che risuonò nel silenzio dell'appartamento abbandonato come uno sparo.
Nessuno avrebbe dovuto avere le chiavi di quella casa. Mia nonna era morta da tre anni, e l'immobile era bloccato in una causa di successione di cui mi occupavo solo io. Chiunque ci fosse dall'altra parte della porta, non era lì per caso. Ci avevano seguite.
Afferrai un pesante candelabro d'ottone da un mobile all'ingresso e mi mossi a piedi scalzi verso il corridoio, cercando di non far scricchiolare le assi del pavimento in legno. Mi appostai dietro l'angolo della parete, il respiro sospeso, la presa sul metallo così forte da farmi sbiancare le nocche.
La porta si aprì lentamente con un cigolio prolungato. Una sagoma alta e massiccia si profilò contro la fioca luce del pianerottolo. L'uomo entrò con cautela, muovendosi con una sicurezza inquietante. Indossava un impermeabile scuro e un cappello bagnato calato sugli occhi. In mano non aveva un'arma, ma una torcia tattica a luce fredda la cui lama luminosa cominciò a scandagliare il buio del corridoio.
"Elena..." disse una voce profonda, rauca, che mi fece sobbalzare. Non era la voce di mio cognato Roberto. Era una voce sconosciuta, priva di inflessioni, glaciale. "So che sei qui. Non rendiamo le cose più complicate di quello che sono già. Roberto vuole solo i documenti di Claudio. Dammeli e potrai squagliartela con la bambina."
Spazzò la luce lungo la parete. Il raggio si avvicinò pericolosamente al punto in cui ero nascosta. Trattenni il fiato, chiudendo gli occhi. Se mi avesse scoperta, non avrei avuto alcuna possibilità contro un uomo di quella stazza.
"Pensi che quella donna sul traghetto ti stia aiutando?" continuò l'uomo, facendo un passo lento verso il salotto. "Nadia è una pazza. Una disperata che cerca solo di salvare la pelle. Non sa nemmeno in cosa si è messa."
Nadia. Quindi la donna sconosciuta si chiamava Nadia.
L'uomo superò l'angolo del corridoio. Il suo schienale era a pochi centimetri da me. Senza riflettere, mossa solo da un puro istinto di sopravvivenza e dalla necessità assoluta di proteggere mia figlia, sollevai il candelabro d'ottone e lo calai con tutta la forza che avevo sulla nuca dell'intruso.
Un impatto sordo. L'uomo emise un ruggito di dolore, la torcia gli sfuggì di mano cadendo a terra e rotolando verso la porta. Barcollò, portandosi le mani alla testa, ma non cadde. Si voltò furioso, gli occhi iniettati di sangue che sbarravano la vista della mia figura terrorizzata.
"Maledetta..." ringhiò, allungando una mano per afferrarmi il collo.
Sfruttai il suo momentaneo sbandamento per sferrargli un calcio allo stinco con tutto il peso del corpo, spingendolo con quanta forza mi rimaneva contro il mobile dell'ingresso. Un vaso di ceramica cadde a terra infrangendosi in mille pezzi. Sotto lo shock dell'impatto, l'uomo perse l'equilibrio e stramazzò al suolo, battendo violentemente la tempia contro lo spigolo dello stipite della porta. Rimase steso a terra, privo di sensi, con un filo di sangue che cominciava a colargli sulla fronte.
Tremavo dalla testa ai piedi. Raccolsi la torcia da terra, la luce oscillava bruscamente nelle mie mani instabili. Non potevo rimanere lì. L'uomo avrebbe potuto riprendersi da un momento all'altro, oppure avrebbe potuto avere dei complici ad attenderlo in strada.
Corsi in salotto. Sofia si era svegliata di colpo, terrorizzata dal rumore dei vetri rotti.
"Mamma! Cos'è successo?" gridò piangendo, nascondendosi la faccia tra le mani.
"Vieni, Sofia! Dobbiamo andare, subito!" la tirai su di peso, avvolgendola nel suo giubbotto.
"E quell'uomo?" chiese indicando verso il corridoio buio.
"Non guardare. Cammina!"
Scavalcammo il corpo svenuto dell'intruso ed uscimmo sul pianerottolo. Ma anziché scendere verso la strada — dove il SUV nero o altri uomini avrebbero potuto sbarrarci la strada — mi ricordai del tovagliolino. Cerca il registro numero 4 nell'archivio di via Tommaso Cannizzaro.
L'edificio aveva una scala di servizio sul retro che portava direttamente ai locali sotterranei del vecchio studio notarile del Dottor Serra, l'ex notaio di famiglia. Chiusi la porta del pianerottolo dall'esterno con un doppio giro di chiave per prendere tempo, afferrai la mano di Sofia e ci precipitammo giù per i gradini di cemento armato che scendevano nell'oscurità del seminterrato.
L'aria lì sotto era irrespirabile: un odore denso di carta muffita, umidità secolare e scarichi fognari. La luce della torcia fendeva il buio rivelando una sequenza di porte in ferro battuto. Arrivammo in fondo al corridoio sotterraneo, davanti a una porta di legno massiccio con una targa d'ottone ossidata: Archivio Storico Notarile Serra.
La serratura era arrugginito. Presi una pesante chiave d' ferro che era rimasta appesa a un chiodo nascosto sopra l'architrave — un vecchio trucco che mio padre mi aveva insegnato quando ero bambina — e la inserii con sforzo. La porta si aprì con uno stridio lancinante.
All'interno, centinaia di faldoni, registri rilegati in pelle e scatoloni di cartone ricoperti da dita di polvere si stipavano su scaffalature metalliche che arrivavano fino al soffitto.
"Mamma, ho paura... qui fa troppo buio," sussurrò Sofia stringendosi alla mia gamba.
"Rimani vicina a me, tesoro. Troviamo una cosa e ce ne andiamo, te lo prometto."
Cominciai a scorrere la torcia lungo le dorsali dei registri. Erano divisi per anno e per numero. 1998... 2005... 2015... 2022...
Alla fine della terza corsia, su uno scaffale riparato da una grata metallica, trovai la sezione riservata alla Sardina & Fratelli. Lì, impolverato ma visibilmente spostato di recente, c'era un tomo spesso in pelle scura con una targhetta dorata: REGISTRO N. 4 - ATTI SOCIETARI STRAORDINARI ED EREDITÀ.
Con le dita che mi tremavano in modo incontrollabile, tirai giù il pesante registro. Lo appoggiai su un tavolo da lavoro in legno al centro della stanza. Lo aprii. Le pagine ingiallite scricchiolarono sotto la pressione delle mie mani.
Sfogliai le prime sezioni: verbali di assemblea, trasferimenti di quote, ipoteche. Poi arrivai alle ultime pagine, quelle datate solo un mese prima della morte di Claudio.
Ciò che vedi su quei fogli mi tolse letteralmente il respiro.
Non si trattava di un semplice bilancio societario. Era un contratto segreto di cessione. Claudio aveva scoperto che la Sardina & Fratelli non trasportava semplicemente conserve di pesce lungo lo Stretto, ma venivano usate le stive per il traffico illecito di armi e rifiuti tossici per conto di un clan mafioso locale. E il presidente di quella nuova rete... era suo fratello Roberto.
Ma c'era di più. Un documento spillato sul retro portava la firma autografa di Claudio, datata il giorno prima del suo incidente. Era un testamento olografo in cui nominava mia figlia Sofia unica beneficiaria dell'intero patrimonio di famiglia, congelando tutte le azioni della società fino al compimento del suo diciottesimo anno di età.
Claudio non era morto per un colpo di sonno. Claudio era stato eliminato perché voleva andare alla Procura della Repubblica con quel registro. E Roberto aveva bisogno della mia firma sulla rinuncia all'eredità per annullare quel testamento e riprendere il controllo di tutto.
Sotto l'ultima firma, notai una postilla scritta a matita: «In caso della mia morte, consegnare copia conforme al Procuratore Dott. Neri. Nadia sa dove trovarlo.»
All'improvviso, un rumore sordo rimbombò nel corridoio dei sotterranei. La porta dell'archivio, che avevo lasciato socchiusa, venne spalancata con una pedata violenta.
Sulla soglia comparve una figura. Ma non era l'uomo dell'appartamento.
Era Roberto. Mio cognato. Indossava un cappotto asciutto, un sorriso freddo stampato sul volto e in mano impugnava una pistola munita di silenziatore.
"Sei sempre stata troppo curiosa, Elena," disse facendo un passo avanti nel buio. "E ora hai trovato esattamente quello che non avresti mai dovuto vedere."






