Il prezzo del silenzio
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Il prezzo del silenzio

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La portiera accartocciata del furgone cedette sotto i colpi di uno degli uomini di Roberto, staccandosi con un tremendo stridio di lamiera. L'aria fredda della mattina penetrò nell'abitacolo fumante, portando con sé l'odore di benzina e polvere da sparo.

Roberto mi afferrò per i capelli, tirandomi fuori di peso dal veicolo e scagliandomi sull'asfalto bagnato dell'autostrada. Caddi sulle ginocchia, sbucciandomi le mani, ma non mollai la presa sulla borsa di pelle in cui avevo infilato il Registro N. 4. Un altro uomo tirò fuori Sofia, che urlava e si dibatteva disperata, tenendola bloccata per le braccia.

"Lasciala andare, Roberto! Prendi me, ma lascia andare mia figlia!" implorai strisciando ai suoi piedi, con il volto bagnato da lacrime e pioggia.

Roberto mi fissò dall'alto in basso con un'espressione di fredda e distaccata superiorità. Si piegò su di me e mi strappò la borsa dalle mani, aprendola con avidità per verificare la presenza del libro di pelle scura.

"Ecco dove finisce la tua crociata, Elena," disse accarezzando la copertina del registro come se fosse un trofeo prezioso. "Ero quasi impressionato dalla tua tenacia. Purtroppo per te, hai giocato una partita troppo grande per una semplice casalinga."

Nel frattempo, altri due uomini trascinarono Nadia fuori dal posto di guida. La donna era ancora semicosciente, con il viso coperto di sangue e la respirazione affannosa. La scaricarono sull'asfalto accanto a me.

Roberto si voltò verso di lei, e per la prima volta sui suoi occhi balenò una rabbia pura e incontrollabile. "E tu... la fedele segretaria. Mi hai fatto perdere due mesi di lavoro per recuperare questa robaccia. Hai davvero creduto che Claudio potesse salvarti?"

Nadia sollevò lentamente la testa, sputando sangue sull'asfalto. Riuscì a guardare Roberto negli occhi con un disprezzo che mi lasciò sbalordita. "Claudio era mille volte l'uomo che tu non sarai mai, Roberto. E tu hai già perso. Non importa cosa farai a noi stasera. È finita per te."

Roberto ridacchiò, un suono raschiante che si disperse nella nebbia dell'autostrada deserta. "Finita? Chi pensi che verrà a cercarvi qui? L'autostrada è bloccata da due dei miei camion a tre chilometri di distanza. Nessuno passerà da questa parte per le prossime tre ore. Abbiamo tutto il tempo per far sparire il furgone, il registro... e voi tre."

Feci per alzarmi, per scagliarmi contro di lui prima che potesse dare l'ordine ai suoi uomini, ma la canna fredda dell'arma di Roberto si appoggiò direttamente sulla mia fronte.

"Ferma dove sei, Elena," sussurrò. "Non renderlo più doloroso del necessario."

Ma in quel momento accadde qualcosa che nessuno si aspettava.

Dall'interno del furgone distrutto, dal cruscotto frantumato sotto il quale era rimasta incastrata la borsa di Nadia, cominciava a risuonare un segnale acustico intermittente. Un bip ritmico, ad alta frequenza, che si faceva sempre più rapido.

Roberto si bloccò, insospettito. "Cos'è quel rumore?"

Nadia, a terra, cominciò a ridere. Una risata debole ma isterica, che si trasformò in una tosse dolorosa. "Te l'ho detto... che avevi già perso, Roberto."

"Cosa hai fatto, maledetta?!" gridò Roberto indicando il furgone con l'arma.

"Il furgone non era mio," disse Nadia faticando a respirare. "È un veicolo d'incursione della Guardia di Finanza. Quel bip... è il localizzatore satellitare d'emergenza che si attiva automaticamente in caso di impatto ad alta velocità. E ha inviato la nostra posizione esatta con streaming audio in diretta alla centrale operativa di Catania fin dal momento dell'incidente."

Il volto di Roberto diventò livido. I suoi uomini si guardarono intorno terrorizzati, cominciando a perdere la loro sicurezza glaciale.

"Balle! Stai mentendo!" urlò Roberto puntando la pistola alla testa di Nadia.

Ma prima che potesse premere il grilletto, il suono lontano di svariate sirene della polizia e della Guardia di Finanza cominciò a fendere la nebbia, provenendo contemporaneamente sia da nord che da sud. I bagliori blu dei lampeggianti illuminarono le nubi basse del cielo mattutino come un'aurora boreale d'emergenza.

L'uomo che teneva Sofia la lasciò andare per la paura, correndo verso uno dei SUV. "Roberto! Dobbiamo andarci! Stanno arrivando con gli elicotteri!"

Il caos si scatenò in un istante. I quattro picciotti di Roberto si precipitarono verso i loro veicoli, abbandonando il loro capo sul ciglio della strada. Roberto, preso dal panico, cercò di afferrare il Registro N. 4 per portarselo via, ma io mi scagliai sulle sue gambe con tutta la forza che mi rimaneva, facendolo ruzzolare sull'asfalto.

Il registro volò via, finendo proprio tra le mani di Sofia, che lo strinse al petto d'istinto.

"Sofia! Corri verso i lampeggianti! Corri!" le urlai mentre lottavo a terra con Roberto.

Roberto si rialzò ruggendo di rabbia, mi sferrò un pugno al volto che mi fece vedere le stelle, e recuperò l'arma da terra. Mi puntò la pistola alla testa, gli occhi sbarrati dalla follia di chi sa di non avere più nulla da perdere.

"Se vado a monte io, tu vieni con me, Elena!" urlò disperato.

Chiusi gli occhi, attendendo l'esplosione del colpo che avrebbe posto fine alla mia vita.

Un boato assordante rimbombò sul viadotto. Ma non fu la pistola di Roberto a sparare.