Il prezzo del silenzio
News Story

Il prezzo del silenzio

9 visualizzazioni

Nadia ci tirò attraverso la spaccatura della grata di ferro con una forza insospettabile per la sua stazza minuta. Il metallo arrugginito mi graffiò la spalla, ma non sentii alcun dolore: la scarica di adrenalina che mi scorreva nelle vene annullava ogni sensazione fisica.

Roberto ruggì di rabbia dietro di noi, scagliandosi contro la grata crollata, ma il passaggio stretto e ingombrato dai rottami metallici lo bloccò momentaneamente. I suoi insulti e le sue minacce continuarono a rimbombare nel tunnel mentre Nadia ci guidava di corsa attraverso un secondo corridoio sotterraneo, molto più ampio e ventilato.

"Da questa parte! Il canale sfocia nei pressi del porto vecchio!" urlando Nadia sopra il rumore dell'acqua che scorreva nelle tubature fognarie.

Uscimmo all'aria aperta da un'apertura di scarico situata sotto una banchina della marina di Messina. La pioggia batteva ancora con violenza inaudita, e il vento gelido di mare ci investì in pieno, ma respirare quell'aria salmastra fu come rinascere. Il mare era in tempesta, le onde nere si frangevano contro i frangiflutti sollevando spruzzi di schiuma bianca.

Accanto al molo deserto ci aspettava un vecchio furgone commerciale bianco con il motore acceso e i tergicristalli in funzione. Nadia aprì il portellone laterale e ci fece salire a bordo.

"Dentro! Sotto le coperte, e non fatevi vedere!" ordinò salendo al posto di guida e ingranando la marcia con decisione.

Il furgone scattò in avanti, sgommando sull'asfalto bagnato del lungomare. Sofia si rannicchiò sotto una pesante coperta da militare, esausta e tremante, mentre io mi spostai verso il sedile del passeggero per guardare in faccia la donna che ci aveva appena salvato la vita.

Alla luce dei lampioni della strada, Nadia appariva ancora più provata di quanto avessi notato sul traghetto. Aveva un taglio profondo sopra lo zigomo sinistro e i vestiti erano coperti di fango e grasso di motore. Ma i suoi occhi scuri brillavano di una determinazione feroce.

"Come hai fatto a trovarci? E Roberto... come facevi a sapere che ci avrebbe seguite lì?" le chiesi, mentre cercavo di riordinare i pensieri frantumati di quella notte folle.

Nadia non staccò gli occhi dalla strada. "Lavoro per vostro marito da cinque anni, Elena. Claudio non era solo il mio datore di lavoro; era l'unica persona onesta che avessi mai incontrato in quell'ambiente di serpi. Quando ha scoperto cosa faceva Roberto con i container di pesce surgelato, ha capito che la sua vita era in pericolo. Ha preparato l'archivio e mi ha dato istruzioni precise: se gli fosse successo qualcosa, avrei dovuto proteggere te e Sofia ad ogni costo."

"Roberto ha detto che eri la sua amante..." ammisi con un filo di voce, sentendomi in colpa per aver dubitato anche solo per un secondo.

Nadia fece un riso amaro, che assomigliava più a un colpo di tosse. "Roberto è un manipolatore schifoso. Ha cercato di discreditare me con Claudio per farmi licenziare quando si è accorto che stavo aiutando tuo marito a fotocopiare i registri segreti. Claudio ti amava più di ogni altra cosa al mondo, Elena. Tutto quello che ha fatto nell'ultimo anno della sua vita lo ha fatto per assicurarsi che tu e Sofia foste al sicuro e finanziariamente indipendenti da quella famiglia di criminali."

Tirai fuori da sotto la giacca il Registro N. 4, che ero riuscita a tenere stretto a me durante tutta la fuga. "Ho il registro con le firme e i contratti illeciti. E il testamento olografo di Claudio."

Nadia diede un'occhiata rapida al tomo appoggiato sulle mie ginocchia e un piccolo sorriso le illuminò il volto affaticato. "Ottimo. Con questo possiamo distruggere Roberto e l'intero clan che sta dietro di lui. Ma dobbiamo arrivare a Catania prima dell'alba. Il Procuratore Neri ci sta aspettando nella sua residenza protetta. È l'unico magistrato di cui Claudio si fidasse cieca."

"Perché non andiamo alla questura di Messina adesso?" chiesi insospettita.

"Perché la questura locale ha delle talpe," rispose Nadia con tono glaciale. "L'uomo che ti ha attaccato nell'appartamento di tua nonna era un ex poliziotto sospeso dal servizio che ora lavora come braccio destro per Roberto. Se mettiamo piede in un commissariato qui a Messina prima che il Procuratore Neri abbia emesso i mandati di cattura diretti, saremo morte entro un'ora."

Il furgone imboccò l'autostrada A18 in direzione Catania. La pioggia cominciava finalmente a diminuire di intensità, sostituita da una fitta nebbia mattutina che si sollevava dalle colline della costa siciliana. Sembrava che il peggio fosse passato. Sofia si era finalmente addormentata, vinta dalla stanchezza, mentre io sentivo il peso delle ultime dodici ore gravare sulle mie spalle come macigni.

Ma la serenità durò poco.

Mentre percorrevamo il viadotto all'altezza di Taormina, uno stridore di pneumatici ci fece trasalire. Nello specchietto retrovisore del furgone comparvero due paia di fari abbaglianti che tagliarono la nebbia con violenza. Non era solo un'auto: erano due SUV neri che viaggiavano a velocità folle, affiancandosi per bloccare l'intera carreggiata dell'autostrada.

"Ci hanno trovati!" urlai stringendo la maniglia del cruscotto.

Nadia imprecò a bassa voce, schiacciando l'acceleratore al fondo corsa. Il vecchio furgone diede uno scossone, il motore ruggì protestando per lo sforzo, ma non poteva competere con la potenza dei SUV di Roberto.

Il primo SUV si affiancò al nostro lato sinistro, speronando con violenza il furgone. Un urto tremendo che fece sbandare il nostro mezzo verso il guardrail della carreggiata, scatenando una pioggia di scintille metalliche. Sofia si svegliò urlando di terrore.

"Tieniti forte!" gridò Nadia lottando disperatamente con il volante per mantenere il controllo del veicolo.

Il secondo SUV ci sorpassò a destra, tagliandoci brutalmente la strada e costringendo Nadia a un'infrenata disperata. Il furgone andò in testacoda sull'asfalto bagnato, girandosi su sé stesso tre volte prima di impattare con la parte posteriore contro il pilastro di un cavalcavia.

L'impatto fu devastante. I vetri si frantumarono in mille pezzi, l'airbag del guidatore si esplose con un botto assordante. Il furgone rimase incastrato contro il pilastro di cemento, con il motore che fumava e il radiatore distrutto.

Rimasi stordita per qualche secondo, con il fischio nelle orecchie e l'odore pungente di bruciato che riempiva l'abitacolo. Guardai indietro: Sofia era salva, bloccata dalla cintura di sicurezza, sebbene spaventata a morte. Nadia era svenuta sul volante, con il sangue che le colava dal capo.

Fuori dal furgone, le portiere dei due SUV si aprirono contemporaneamente. Quattro uomini armati scesero nell'oscurità della nebbia mattutina. Tra di loro, con una fascia sulla testa a coprire la ferita al naso, c'era Roberto.

Si avvicinò al portellone frantumato del furgone con un sorriso trionfante, impugnando una nuova pistola.

"Fine della corsa, Elena," disse con voce gelida. "Consegnami il registro e scendi. È tempo di chiudere questa storia una volta per tutte."