Mentre guidavo la mia vecchia utilitaria fuori dal porto di Messina, la pioggia batteva con ferocia sul parabrezza. I tergicristalli stridevano a ogni corsa, incapaci di spazzare via del tutto quel muro d'acqua che sembrava voler isolare me e mia figlia dal resto del mondo. Sofia si era riaddormentata sul sedile passeggero, rannicchiata nella sua giacca a vento rosa, del tutto ignara della tempesta invisibile che stava montando dentro di me.
Tenevo la mano destra ben salda sul volante, mentre la sinistra continuava a sfiorare la tasca del cappotto, dove riposava quel pezzo di carta piegato. Chi era quella donna? Come faceva a sapere che stavo andando ad incontrare mio cognato, Roberto? E soprattutto, perché qualcuno avrebbe dovuto avvertirmi di non firmare nulla?
Mio marito, Claudio, era morto esattamente sei mesi prima in un incidente stradale mai chiarito fino in fondo. Un colpo di sonno, avevamo detto tutti. Un tragico, maledetto colpo di sonno su una statale buia. Claudio era l'anima finanziaria della Sardina & Fratelli, l'azienda di famiglia gestita insieme a suo fratello Roberto. Dopo la sua scomparsa, mi ero chiusa in un dolore sordo, rifiutandomi di occuparmi della burocrazia o dei conti. Volevo solo proteggere Sofia. Ma tre giorni prima, Roberto mi aveva telefonato con voce melliflua, dicendo che c'erano da definire "alcune pratiche di routine per la liquidazione della quota di Claudio" e che avremmo dovuto incontrarci nella villa di famiglia a Taormina.
Guidai fino alla prima piazzola di sosta illuminata lungo l'autostrada A18. Accostai, speensi il motore e lasciai accese solo le luci di posizione. Il silenzio dell'abitacolo fu subito riempito dal tamburellare sordo della pioggia sul tettuccio. Con estrema cautela, per non svegliare Sofia, tirai fuori il tovagliolino di carta.
Sotto la fioca luce della plafoniera, lo spiegai lentamente. La carta ruvida era leggermente inumidita lungo i bordi, ma al centro, scritta con una penna a sfera nera con una grafia nervosa ed elegante, c'era una frase:
«La Villa di Taormina non è un rifugio, è una trappola. Non firmare la rinuncia all'asse ereditario. Claudio non è morto per un colpo di sonno. Cerca il registro numero 4 nell'archivio di via Tommaso Cannizzaro. Salva tua figlia.»
Il cuore mi si bloccò nel petto. Il sangue mi gelò nelle vene con una violenza tale da farmi girare la testa. Reclinai il sedile, portandomi una mano alla bocca per soffocare un gemito. "Claudio non è morto per un colpo di sonno..." Le parole rieccheggiavano nella mia testa come un rintocco a morto.
Guardai Sofia nel sonno. Le sue guance rosate, la sua innocenza. Perché tirare in ballo mia figlia? Che cosa c'entrava una bambina di dieci anni con la liquidazione societaria di un'azienda di conservificio e logistica?
In quel momento, il mio cellulare posato sul cruscotto cominciò a vibrare, illuminando l'abitacolo con una luce azzurrina e spettrale. Il nome sul display mi fece sobbalzare: Roberto.
Rimanendo immobile, fissai il telefono mentre vibrava contro la plastica. Uno, due, tre, quattro squilli. Poi il silenzio. Ma prima che potessi tirare un sospiro di sollievo, arrivò un messaggio di testo. Lo aprii con dita tremanti.
«Elena, so che il traghetto è attraccato da un pezzo. Dove siete? Vi sto aspettando a Taormina, ho preparato una cena calda per te e la piccola. Porta i documenti di Claudio, quelli che hai trovato nella sua cassaforte. Dobbiamo chiudere questa storia stasera.»
Guardai lo specchietto retrovisore. Per la prima volta da quando ero sbarcata, mi resi conto che a circa cinquanta metri da me, a fari spenti sul ciglio della piazzola di sosta, c'era un'auto scura. Un SUV nero con i vetri oscurati. L'auto si era fermata esattamente due minuti dopo di me.
Il panico mi assalì come una morsa d'acciaio. Accesi il motore senza pensarci due volte, ingranai la marcia e ripartii a fari spenti per i primi dieci metri, prima di riaccenderli e immettermi di colpo sulla carreggiata deserta. Nello specchietto vidi il SUV nero accendere istantaneamente i fari abbaglianti e buttarsi al mio inseguimento.
Non potevo andare a Taormina. Non potevo andare da Roberto. Ma dove potevo rifugiarmi a Messina, a mezzanotte, sotto un uragano, con una bambina addormentata e una macchina misteriosa che mi alle calcagna?
L'unica opzione era sparire nella città. Presi la prima uscita per Messina Centro, guidando a velocità folle tra le strade allagate del viale Boccetta. Svoltai bruscamente in una serie di vicoli stretti, spegnendo le luci ogni volta che potevo, sfruttando la mia conoscenza della città dove ero cresciuta prima di trasferirmi a Catania con Claudio. Dopo dieci minuti di manovre disperate, riuscii a perdere le tracce del SUV nero nei pressi della Stazione Centrale.
Parcheggiai in un vicolo cieco, nascosto dietro una fila di cassonetti della spazzatura. Il motore tossì e si spense. Sofia si mosse, aprendo lentamente gli occhi.
"Mamma? Dove siamo? Non siamo a casa dello zio Roberto?" chiesi con la voce impastata dal sonno.
Mi girai verso di lei, cercando di forzare il sorriso più rassicurante della mia vita, anche se dentro stavo tremando come una foglia. "No, tesoro. Cambio di programma. Stanotte facciamo un gioco, va bene? Dormiamo in un posto segreto."
"Che gioco?" chiesi insospettita.
"Un gioco in cui dobbiamo stare molto attenti e non farci vedere da nessuno," sussurrai, accarezzandole i capelli bagnati di pioggia.
Presi la borsa, la stringevo al petto insieme al tovagliolino. Sapevo che non potevo andare in un albergo: se Roberto o chiunque stesse lavorando per lui controllava i registri degli hotel, ci avrebbero trovate in un'ora. C'era solo un posto dove andare: l'appartamento sfitto di mia nonna, abbandonato da anni, in via Tommaso Cannizzaro.
Lo stesso indirizzo menzionato nel messaggio della sconosciuta.
Mentre camminavamo sotto la pioggia battente, tenendo Sofia per mano e nascondendoci sotto un unico ombrello malridotto, l'ombra dei palazzi d'epoca di Messina sembrava allungarsi su di noi come artigli. Salimmo le scale scricchiolanti del vecchio palazzo umido. La chiave dell'appartamento di mia nonna, che tenevo sempre nel portachiavi, girò nella serratura con uno stridio metallico che mi fece rizzare i peli sulle braccia.
Entrammo. L'aria era stantia, di polvere, muffa e ricordi lontani. Coprii Sofia con una vecchia coperta trovata in un armadio e la feci stendere sul sofà del salotto. Si addormentò quasi subito, esausta.
Io rimasi in piedi al centro della stanza buia, illuminata solo dai lampi che balenavano fuori dalle finestre. Tirai fuori di nuovo il tovagliolino. Cerca il registro numero 4 nell'archivio di via Tommaso Cannizzaro.
Sotto l'appartamento di mia nonna, al piano terra dello stesso edificio, c'era un vecchio studio notarile ormai in disuso, apparteneva al notaio di famiglia che gestiva i beni di mio padre prima che morisse. Possibile che l'archivio fosse lì sotto?
All'improvviso, il silenzio della casa fu spezzato da un rumore proveniente dal pianerottolo.
Passi pesanti. Lentissimi. Passi che salivano le scale di legno una rampe alla volta, fermandosi proprio davanti alla porta del nostro appartamento. Poi, il suono inconfondibile di una chiave che entrava nella toppa della nostra porta.






