Il Segreto dell'Abito di Zaffiro
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Il Segreto dell'Abito di Zaffiro

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"Va bene," mormorai con voce tremante, fingendo una resa totale mentre abbassavo lo sguardo sulla scrivania di mogano. "Accetto le vostre condizioni. Ma voglio prima vedere i soldi e leggere i dettagli della somma promessa."

Il falso avvocato dei Righetti sorrise con aria di trionfo, convinto di aver spezzato la mia resistenza. Fece un cenno d'intesa ai due bodyguard, che rallentarono leggermente la loro marcia minacciosa, e aprì un cassetto per estrarre un assegno circolare già compilato. "Sapevo che avrebbe fatto la scelta intelligente, signorina Moretti. Il denaro apre ogni porta e cancella ogni passato scomodo."

Mentre lui abbassava gli occhi per firmare il documento, la mia mano sinistra, nascosta all'interno della tasca del cappotto, completò l'invio automatico della registrazione audio in diretta che avevo appena fatto partire verso una casella PEC sicura e protetta di un giornalista d'inchiesta milanese che avevo contattato durante il viaggio in treno. La voce del consigliere, che confessava apertamente il ricatto, l'estorsione e la corruzione del notaio, era stata registrata in modo cristallino.

"Ecco qui," disse l'uomo porgendomi l'assegno e un modulo prestampato. "Firmi qui sotto e la questione sarà chiusa per sempre."

Presi la penna stilografica che mi porgeva con mano ferma, ma invece di firmare, alzai di scatto il braccio e rovesciai l'intero calice di cristallo pieno d'acqua che era posizionato sulla scrivania direttamente sugli occhi e sul volto del finto avvocato.

L'uomo urlò di dolore e sorpresa, balzando all'indietro e rovesciando la sedia, mentre i due bodyguard, presi alla sprovvista, si precipitarono a soccorrerlo urlando improperi. Quella frazione di secondo fu tutto ciò di cui ebbi bisogno: mi voltai di scatto, corsi verso la porta d'ingresso dello studio, la spalancai con un calcio e mi precipitai giù per le scale a chiocciola del palazzo, ignorando l'ascensore.

I passi pesanti dei due uomini risonavano dietro di me, rimbombando nel vano scala in marmo antico. "Prendetela! Non fatela uscire dal palazzo!" urlava la voce furiosa del consigliere dal piano superiore.

Spinsi la porta tagliafuoco che dava direttamente sui cortili interni di Via Montenapoleone, sbucando improvvisamente in mezzo a un gruppo di turisti stranieri e camerieri indaffarati che uscivano da un ristorante di lusso adiacente. Senza voltarmi, mi mescolai alla folla, infilai una stradina laterale e corsi verso la stazione della metropolitana più vicina, con il cuore che batteva all'impazzata e la consapevolezza che ormai la mia identità era compromessa ma la verità era al sicuro nelle mani della stampa.