Il display del telefono continuava a illuminarsi con il nome dello studio De Sanctis, mentre l'avvocato dei Righetti fissava l'apparecchio con un'espressione che oscillava tra lo stupore e il panico calcolato. I due uomini robusti che lo accompagnavano fecero un passo avanti, come per bloccarmi la strada verso il tavolo, ma io fui più rapida: allungai la mano, afferrai lo smartphone e risposi ad alta voce, mettendo il vivavoce prima che potessero strapparmelo di mano.
"Pronuncia pure, avvocato De Sanctis," dissi con voce ferma, guardando dritto negli occhi l'emissario dei Righetti.
Dall'altoparlante risuonò una voce profonda, formale e inequivocabile: "Signorina Moretti, la stiamo aspettando qui a Milano nella nostra sede centrale in Via Montenapoleone. Abbiamo ricevuto conferma che la chiave di volta, l'etichetta con lo stemma originale e la firma notarile del 1994, è in suo possesso. Nessun accordo extragiudiziale con la controparte è valido senza la sua firma autografa. La prego di non cedere ad alcuna pressione intimidatoria; le forze dell'ordine sono già state informate della nostra chiamata."
L'effetto fu immediato. L'espressione di superiorità sul volto dell'avvocato dei Righetti svanì, lasciando spazio a una maschera di tensione e rabbia repressa. I due energumeni si bloccarono all'istante, guardando il loro capo in attesa di ordini.
"Signorina Moretti," mormorò l'uomo con un tono improvvisamente più mellifluo, cercando di ricomporsi. "Non c'è bisogno di scomodare la magistratura o di intraprendere viaggi avventurosi a Milano per una questione che possiamo risolvere civilmente tra le parti. Il commendator Righetti è disposto a riconoscere un... indennizzo economico di notevole entità per il disturbo causato dal suo licenziamento e per la restituzione di quel vecchio cimelio di famiglia."
Un indennizzo. Parlavano di soldi, di un contentino per comprare il silenzio di quella che consideravano ancora una semplice donna delle pulizie disperata. Sorrisi amaramente, ricordando le risate cristalline della signora Righetti sulla scalinata di Bergamo, il disprezzo nei miei confronti, le umiliazioni quotidiane subite da mia madre prima di morire in un letto d'ospedale pubblico mentre i Righetti festeggiavano l'acquisizione delle nostre proprietà storiche con frodi burocratiche e raggiri testamentari.
"Il disturbo?" replicai facendo un passo verso di lui, alta e fiera nonostante i vestiti modesti e l'assenza di trucco. "Voi avete calpestato la dignità di mia madre per trent'anni, mi avete cacciata da quel lavoro che svolgevo con onestà e mi avete umiliata pubblicamente davanti a trecento persone. I vostri soldi non possono comprare la verità."
Mi voltai di scatto, presi la borsa dall'appendiabiti, infilai dentro la lettera e l'abito di zaffiro, e mi diressi verso la porta spalancata, superando i due uomini che non osarono toccarmi. "Ci vediamo in tribunale, o direttamente nel vostro lussuoso ufficio di Bergamo," dissi, uscendo nel corridoio e lasciandoli impietriti nel mio piccolo appartamento.
Corsi giù per le scale, salii sulla mia utilitaria malandante e misi in moto con il cuore che batteva all'impazzata. Destinazione: Milano. Ma non sapevo che lungo l'autostrada A4, qualcuno mi stava già seguendo da vicino, pronto a tutto per impedirmi di arrivare a destinazione.






