Il Segreto dell'Abito di Zaffiro
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Il Segreto dell'Abito di Zaffiro

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Arrivai davanti al maestoso portone in ferro battuto di Palazzo De Sanctis, in Via Montenapoleone, con il cuore in gola e la borsa stretta al petto come uno scudo. Le luci calde dei lampadari di cristallo illuminavano l'atrio in marmo bianco, dove un portiere in livrea mi accolse con un cenno formale, indicandomi l'ascensore d'epoca che portava al piano nobile.

Salii al terzo piano, spinsi la pesante porta in legno massello con targhetta in ottone e mi ritrovai in una sala d'attesa silenziosa, tappezzata di libri antichi e quadri di valore inestimabile. Nessuno mi accolse subito. Il tic-tac di un vecchio orologio a pendolo scandiva i secondi con una lentezza esasperante, mentre la mia mente continuava a ripercorrere le parole di zia Marta e l'incendio della nostra casa.

Dopo dieci minuti che parvero un'eternità, una porta laterale si aprì e ne uscì un giovane praticante con la faccia pallida e un fascicolo di carta intestata tra le mani. Mi riconobbe subito e mi fece cenno di entrare nello studio privato del notaio De Sanctis.

Ma quando varcativi la soglia, l'uomo seduto dietro la vasta scrivania di mogano non era il severo e anziano notaio che avevo sentito al telefono, bensì un individuo distinto dai capelli brizzolati e dallo sguardo sfuggente, che riconobbi immediatamente come il consigliere giuridico personale della famiglia Righetti.

Mi bloccai di sesto sulla soglia, sentendo un brivido di puro terrore gelare il mio entusiasmo. "Dov'è il notaio De Sanctis?" chiesi con voce tagliente, indietreggiando verso la porta.

L'uomo sorrise freddamente, incrociando le mani sulla scrivania e indicando una sedia di pelle di cuoio di fronte a sé. "Il caro notaio De Sanctis ha avuto un improvviso malore questa mattina ed è stato ricoverato in una clinica privata per accertamenti, signorina Moretti. Come vede, la vita è fragile, soprattutto quando ci si ostina a voler aprire porte che dovrebbero rimanere chiuse per sempre."

Il panico mi assalì. Era una trappola. Avevano comprato o neutralizzato l'unico alleato istituzionale che mi era rimasto a Milano. I due uomini della sicurezza che mi avevano teso l'agguato in autostrada sbucarono improvvisamente da dietro le pesanti tende di velluto rosso che coprivano le finestre, sbarrandomi ogni via di fuga.

"Ora, signorina," disse il finto emissario legale con voce melliflua, aprendo una cartellina nera. "Lei ci consegnerà spontaneamente l'abito di zaffiro e la lettera originale, firmerà questa rinuncia totale a qualsiasi pretesa ereditaria e patrimoniale nei confronti della famiglia Righetti, e in cambio le garantiremo una cospicua somma di denaro e una nuova vita protetta all'estero. Rifiutare significherebbe fare la stessa fine della sua vecchia casa di periferia."

Fissai i due energumeni che avanzavano minacciosamente verso di me, poi abbassai lo sguardo sulla borsa che tenevo stretta tra le mani. Sapevo di avere pochissimi secondi per inventare qualcosa o per giocarmi l'unica carta disperata rimasta. Finsi di cedere, abbassando le spalle e facendo un passo avanti verso la scrivania con aria rassegnata, mentre le mie dita cercavano freneticamente il tasto di registrazione sul mio telefono nascosto nella tasca del cappotto.