Il Segreto dell'Abito di Zaffiro
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Il Segreto dell'Abito di Zaffiro

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Il suono acuto delle sirene della polizia e delle auto civetta si fece sempre più vicino, rimbombando contro i muri di pietra della strada sottostante. La porta della hall dell'albergo fu spalancata con violenza, seguita da grida concitate e dal calpestio rapido di stivali pesanti lungo le scale del nostro piano.

"Ci hanno trovati," esclamai con il cuore in gola, afferrando la borsa con l'abito di zaffiro mentre la contessa Visconti richiudeva fulmineamente la valigetta di pelle scura.

"Non è la polizia ufficiale, Elena," disse la contessa con una freddezza impressionante, estraendo dal cappotto una piccola pistola d'epoca perfettamente oliata. "I complici rimasti fedeli a Bernardo Righetti junior hanno corrotto una squadra di mercenari privati per recuperare i documenti prima che arrivino nelle mani del procuratore capo. Dobbiamo muoverci, e subito."

Non c'era tempo per esitare. Corsi verso la finestra che dava sul retro dell'albergo, un vicolo cieco che si collegava ai tetti spioventi dei vecchi edifici storici del centro di Milano. Spinsi il battente di vetro e ferro, facendo irruzione sul cornicione esterno mentre il freddo vento notturno mi sferzava il viso.

I colpi sordi contro la porta della nostra camera iniziarono a susseguirsi con violenza inaudita: stavamo per essere sfondati. "Presto, seguimi!" urlò la contessa, dimostrando un'agilità incredibile nonostante l'età avanzata.

Arrampicandoci su una vecchia grondaia di rame che scricchiolava sotto il nostro peso, raggiungemmo la sommità del tetto, una distesa di tegole marsigliesi bagnate dalla pioggia e illuminate dalla luce fioca dei lampioni stradali. Sotto di noi, il vuoto di quattro piani; intorno a noi, la nebbia fitta della notte milanese che avvolgeva le guglie lontane del Duomo.

Sentimmo la porta della nostra camera crollare con un tonfo metallico dietro di noi. Due sagome scure sbucarono sul tetto, armate di torce e pistole silenziate. "Eccole! Non lasciatele scappare!" gridò uno dei mercenari, avanzando con cautela sulle tegole scivolose.

"Voi correte verso la scala antincendio del palazzo accanto!" mi ordinò la contessa, fermandosi di scatto, puntando la piccola pistola verso il cornicione e sparando un colpo in aria per rallentare l'avanzata dei nostri inseguitori.

"Non vi lascio qui!" urlai disperata, ma la sua espressione severa non ammetteva repliche.

"Vai, Elena! Proteggi quei documenti, il futuro della tua famiglia dipende da te!"

Mi voltai e corsi a perdifiato lungo il tetto inclinato, raggiungendo la scala antincendio in ferro battuto che scendeva vertiginosamente verso un cortile buio e deserto. Scesi i gradini a due a due, con le mani graffiate e il fiatone, mentre alle mie spalle echeggiavano altri colpi di arma da fuoco e il grido metallico della pioggia che ricominciava a cadere copiosa.

Atterrai nel cortile buio, mi diressi barcollando verso il cancello posteriore che dava su una via secondaria, e mi ritrovai finalmente libera, con la valigetta e l'abito stretti al petto, pronta a sferrare l'attacco decisivo contro la dinastia Righetti.