Il Segreto dell'Abito di Zaffiro
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Il Segreto dell'Abito di Zaffiro

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Il motore della mia vecchia utilitaria ruggiva in modo preoccupante mentre imboccavo il casello autostradale di Bergamo diretto verso Milano. La pioggia aveva iniziato a cadere fitta, trasformando l'asfalto in una distesa nera e lucida che rifletteva i fari accecanti delle auto in corsa. Ero carica di adrenalina, con le mani saldamente strette sul volante consumato, ma la stanchezza cominciava a farsi sentire.

Guardai nello specchietto retrovisore e il mio stomaco si contrasse in un nodo doloroso. Una berlina nera di grossa cilindrata, dai vetri fumé e senza alcuna targa identificativa visibile, mi stava tallonando pericolosamente da almeno tre chilometri. Ogni volta che cambiavo corsia per seminarla nel traffico intenso, quella macchina faceva esattamente la stessa manovra, mantenendo una distanza costante, fredda e minacciosa. Stavano cercando di spingermi fuori strada, di intimidirmi o peggio, di sequestrare la borsa che conteneva l'abito e la lettera del notaio De Sanctis.

Il tachimetro segnava centoventi chilometri all'ora, un'andatura folle per la mia povera utilitaria che cominciava a vibrare pericolosamente in ogni sua componente metallica. La pioggia scrosciava con violenza contro il parabrezza, mentre i tergicristalli faticavano a garantire una visibilità accettabile. Cercai il telefono nella borsa per chiamare direttamente il numero dello studio legale, ma con una sola mano sul volante persi l'equilibrio e lo smartphone scivolò sotto il sedile del passeggero, irraggiungibile.

Ero sola, braccata su un'autostrada buia, con la consapevolezza che nessuno sapeva esattamente dove mi trovassi in quel momento. La berlina nera accelerò improvvisamente, affiancandosi alla mia sinistra. Vidi il muso aggressivo dell'auto urtare leggermente contro la mia portiera con un rumore sordo e metallico che mi fece urlare di terrore. Volevano farmi accostare nella corsia d'emergenza, in un tratto isolato tra Agrate e Cavenago, dove nessuno avrebbe potuto soccorrirmi.

Girai il volante con forza disperata per resistere alla spinta, mentre le lacrime di frustrazione e paura rigavano le mie guance. Proprio quando pensavo che non ci fosse via d'uscita e che la mia folle corsa stesse per finire contro il guardrail, un colpo di scena inatteso cambiò le sorti della serata. Un furgone bianco delle consegne, con le doppie luci d'emergenza lampeggianti, sbucò improvvisamente dalla corsia di sorpasso, inserendosi con una manovra spericolata ma perfetta esattamente tra la mia utilitaria e la berlina nera dei miei inseguitori.

Il furgone frenò di colpo, costringendo la macchina scura a inchiodare bruscamente per evitare un impatto frontale devastante, mentre io premevo l'acceleratore a tavoletta, sfrecciando via nella notte verso l'uscita di Milano Centro.

Uscii dal casello con il fiatone, le mani che tremavano incontrollabilmente sul volante e il sudore freddo che imperlava la mia fronte. Parcheggiai l'auto nel primo parcheggio sotterraneo custodito che trovai vicino a Porta Nuova, cercando di riprendere aria. Ma mentre mi slacciavo la cintura di sicurezza, il display del mio telefono, recuperato finalmente da sotto il sedile, si illuminò con una notifica sconvolgente: un messaggio di un mittente sconosciuto con una foto della mia casa d'infanzia in fiamme e una scritta agghiacciante: "La prossima volta non ci sarà nessun furgone a salvarti."