Parte 9: L'ombra del passato
Nonostante la serenità ritrovata e il successo iniziale della bottega, la vita non smise di metterci alla prova con i suoi imprevisti e le sue ombre inattese. L'equilibrio che avevamo costruito con tanta fatica e dolore rischiava di essere incrinato da eventi che esulavano dal nostro controllo, ricordandoci quanto fragile fosse la felicità umana.
Era una mattina di fine autunno inoltrato, quando l'aria aveva iniziato a farsi pungente e le foglie degli alberi lungo via San Zeno cadevano copiosamente, formando un tappeto dorato e scricchiolante sul marciapiede. Ero da sola in bottega, intenta a catalogare alcuni vecchi volumi di poesia che un collezionista locale ci aveva venduto la settimana precedente, quando la campanella della porta d'ingresso suonò con un rintocco secco.
Alzai lo sguardo, aspettandomi di vedere Beatrice, che era uscita a comprare il pane e il latte per la nostra pausa pranzo. Invece, sulla soglia della porta, vidi un uomo sulla cinquantina, con un cappotto scuro elegante ma spiegazzato, il viso scavato da rughe profonde e un'espressione di tale smarrimento che mi fece subito gelare il sangue nelle vene.
L'uomo rimase immobile sulla soglia per qualche secondo, osservando lo scaffale dei libri, poi i banchi da lavoro, prima che i suoi occhi si posassero direttamente su di me.
«Signora...» esordì l'uomo con voce roca, quasi strozzata dall'emozione. «Mi scusi se mi presento così, senza preavviso.»
Posai il libro che avevo in mano sul banco, sentendo un peso improvviso pesarmi sul petto. Non lo avevo mai visto prima di persona, eppure, c'era qualcosa nei suoi lineamenti, nella forma della fronte e nello sguardo profondo che mi fece sussultare. Era una somiglianza sottile, quasi dolorosa.
«Chi è lei?» chiesi, cercando di mantenere la voce ferma, sebbene le mie mani tremassero leggermente.
L'uomo fece un passo avanti, abbassando lo sguardo per un istante prima di raccogliere il coraggio necessario per parlare. «Mi chiamo Roberto. Sono... ero il padre di Beatrice.»
Il nome risuonó nella bottega come una campana a martello. Beatrice non mi aveva mai parlato molto di suo padre, se non per accennare al fatto che si erano allontanati anni prima, dopo il divorzio dai suoi genitori, e che lui si era trasferito all'estero per motivi di lavoro, perdendo quasi completamente i contatti con la figlia. Sapevo solo che Beatrice serbava una profonda ferita nel cuore per quell'abbandono, un dolore che si era sommato alla sua fragilità fisica.
«Beatrice non c'è in questo momento», dissi freddamente, assumendo quasi un istintivo atteggiamento di protezione nei confronti della ragazza. «È uscita per commissioni. Se deve parlarle, credo che farebbe meglio a...»
«Io non sono qui solo per Beatrice», mi interruppe Roberto con voce tremante, facendo un altro passo verso di me, le mani affondate nelle tasche del cappotto come per trattenere il tremore. «Sono qui anche per lei. So tutto, signora. So del trapianto. So che il cuore che batte nel petto di mia figlia appartiene a suo figlio, a Caleb.»






