Il Cuore Di Caleb
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Il Cuore Di Caleb

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Parte 7: Il risveglio della bottega

I giorni successivi furono un turbine di attività frenetica che trasformò radicalmente le nostre giornate. Quella che era iniziata come una dolorosa elaborazione del lutto si trasformò, grazie alla visione di Caleb, in un cantiere di speranza e rinascita. La vecchia bottega di via San Zeno, rimasta chiusa e abbandonata per anni, iniziò lentamente a prendere vita sotto le nostre mani.

Iniziammo con le pulizie di fondo. Beatrice, nonostante le raccomandazioni dei medici di non sforzarsi troppo, insisteva per dare una mano, armata di stracci, detergenti e tanta determinazione. Io mi occupavo dei lavori più pesanti, spostando vecchi mobili, scartavetrando i banconi di legno massello e ridpingendo le pareti con una tonalità calda, color sabbia, che ricordava i pomeriggi sereni trascorsi insieme a Caleb quando era ancora un bambino.

Mentre lavoravamo, parlavamo molto. Era il nostro modo di riempire gli spazi vuoti lasciati dall'assenza fisica di mio figlio. Beatrice mi raccontava della sua passione per il violino, delle lunghe ore trascorse al conservatorio prima che la malattia la costringesse a fermarsi, e di come Caleb fosse diventato il suo rifugio emotivo durante i momenti più bui dei ricoveri ospedalieri. Io, in cambio, le raccontavo aneddoti dell'infanzia di Caleb: le sue prime letture, i suoi disegni strampalati, la sua innata tendenza a preoccuparsi più degli altri che di se stesso.

«Sai», mi disse Beatrice un pomeriggio, mentre stavamo sistemando i primi scaffali di legno lungo le pareti ripulite, «spesso ho la sensazione che lui sia qui con noi. Non in modo spettrale, intendo. Ma sento... sento una specie di calore insolito nel petto, come se il suo cuore stesse guidando i miei movimenti, ricordandomi ogni istante perché sono qui e perché devo continuare a suonare.»

Mi fermai con il martello in mano, guardandola negli occhi. Non c'era traccia di follia o di isteria nel suo sguardo, solo una profonda, cristallina consapevolezza. Mi avvicinai e le poggiai una mano sulla spalla, avvertendo sotto i polpastrelli il sussulto regolare di quel battito che apparteneva a entrambi i nostri mondi.

«Lo credo anch'io, Beatrice», le risposi con un filo di voce. «Lui ha sempre saputo come prenderci cura di noi, anche quando non eravamo ancora consapevoli l'una dell'altra.»

Il progetto prese forma definitiva nel giro di un mese. Trasformammo la bottega in un luogo duplice: da un lato, un laboratorio specializzato nel restauro di strumenti ad arco, dove Beatrice avrebbe potuto mettere a frutto le sue competenze musicali e la sua manualità raffinata; dall'altro, un piccolo angolo lettura e libreria antiquaria, un omaggio alla passione di Caleb per la letteratura e la scrittura. Sistemammo i suoi libri preferiti sugli scaffali in fondo alla sala, accanto a una vecchia sedia di velluto verde che era stata di suo nonno e che avevamo recuperato dalla nostra vecchia soffitta.

La notizia dell'apertura imminente si diffuse rapidamente nel quartiere. La signora Elena e altri vecchi amici del vicinato ci aiutarono con la promozione, distribuendo volantini nei negozi vicini e nelle scuole di musica della zona. Nessuno sapeva la storia completa dietro quel progetto, nessuno sapeva del trapianto o del patto segreto tra i due ragazzi; per tutti, eravamo semplicemente due donne che avevano unito le forze per realizzare un sogno culturale nel cuore della città vecchia. E va bene così, pensavo ogni volta che qualcuno entrava a curiosare: i segreti più preziosi sono quelli che si custodiscono in silenzio nel profondo del cuore.