Parte 5: Il diario segreto di Caleb
Quella sera, tornata nella mia casa silenziosa, non riuscii a chiudere occhio. Le rivelazioni di Beatrice continuavano a ronzarmi nella mente come un turbine di pensieri impossibili da placare. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, con le pantofole che facevano un rumore sordo sul parquet, fermandomi ogni tanto davanti alla porta chiusa della camera di Caleb. Per mesi avevo evitato di toccare le sue cose, lasciando tutto esattamente come lo aveva lasciato prima di essere ricoverato per l'ultima volta. Era il mio modo di preservare la sua presenza, di fare in modo che la sua assenza non diventasse definitiva.
Ma ora sapevo che c'erano spazi in quella stanza che contenevano la verità che cercavo.
Con il cuore in gola, spinsi la porta ed entrai nella penombra. Accesi solo la piccola lampada da lettura sulla scrivania, quella con il paralume verde che lui amava tanto. Mi sedetti sulla sua sedia da studio, avvertendo ancora una leggera traccia del suo profumo di colonia agrumata mescolata alla carta vecchia. Aprii il primo cassetto. Matite, gomme, graffette, vecchie ricevute. Niente di rilevante. Aprii il secondo: vecchi appunti di letteratura, una tessere bibliotecaria scaduta. Fu nel terzo cassetto, nascosto sotto una pila di vecchie riviste di scacchi, che le mie dita incontrarono la copertina rigida di un quaderno rilegato in pelle nera.
Era il suo taccuino. Il diario segreto di cui Beatrice aveva parlato.
Lo tirai fuori con una delicatezza quasi reverenziale, come se stessi maneggiando un oggetto sacro che avrebbe potuto sbriciolarsi da un momento all'altro. Le pagine erano fittamente scritte con quella sua calligrafia precisa ma a tratti febbrile, soprattutto nei punti in cui la grafia si faceva più grande e irregolare, tradendo momenti di forte tensione emotiva o di dolore fisico.
Aprii il quaderno a caso, e i miei occhi caddero su una pagina datata poco meno di un anno prima, proprio nel periodo in cui aveva iniziato a sentirsi male.
«Oggi i medici hanno confermato la diagnosi. Malattia degenerativa, dicono. Prognosi infausta, dicono. Non ho paura per me. Quello che mi spezza il cuore è l'idea di lasciare mamma da sola. Ha già perso papà, ha sacrificato tutta la sua vita per me. Se io me ne vado, lei sprofonderà nel buio totale. Devo trovare un modo per proteggerla anche quando non ci sarò più. Devo fare in modo che il mio ultimo atto su questa terra abbia un significato talmente grande da colmare almeno in parte il vuoto che lascerò.»
Le lacrime mi bagnarono le guance, cadendo pesanti sulla pagina di carta ruvida, macchiando leggermente l'inchiostro nero. Continuai a sfogliare, saltando pagine e giorni, finché non trovai la sezione in cui compariva per la prima volta il nome di Beatrice.
«L'ho vista oggi nel cortile della scuola. Era pallida, barcollava. Quando l'ho presa al volo, ho sentito il suo cuore battere in modo irregolare, debole, proprio come il mio, ma in un modo diverso. Si chiama Beatrice. Suona il violino. Ha un talento straordinario che il mondo rischia di perdere troppo presto. Abbiamo parlato per ore in infermeria. È diventata il mio specchio. Se io devo perdere questa partita contro la vita, voglio fare di tutto affinché almeno lei possa vincerla. Farò in modo che il mio cuore sia il suo rifugio quando il mio corpo avrà ceduto.»
Continuai a leggere per ore, pagina dopo pagina, scoprendo un Caleb che non conoscevo: un ragazzo coraggioso, incredibilmente empatico, capace di sacrificare la propria speranza di guarigione pur di assicurare un futuro alla ragazza che amava. Non c'era traccia di autocommiserazione nei suoi scritti, solo una lucida e straziante determinazione.
Ma fu nelle ultime pagine del quaderno, quelle scritte durante gli ultimi giorni trascorsi nel reparto di terapia intensiva, che trovai la risposta al mistero che mi tormentava. C'era un foglio piegato in quattro, inserito come un segnalibro tra le pagine finali. Lo spiegai con mani trepidanti. Non era una semplice lettera di addio; era un testamento spirituale e, insieme, una mappa per il futuro che Caleb aveva disegnato appositamente per me e per Beatrice.






