Parte 6: Lo Scontro Finale sulla Banchina
Il molo scivoloso era battuto da raffiche di vento gelido che sapevano di salsedine e tempesta. Ho fatto cenno a Moretti di rimanere in macchina a coordinare le volanti della polizia che stavano sopraggiungendo con le sirene spente, mentre io ho avanzato lentamente lungo la banchina di cemento armato, con l'impermeabile scuro sbattuto dal vento e lo sguardo fisso sulla passerella dello yacht.
Daniele era lì, sulla poppa della barca, intento a urlare contro il capitano dello scafo per slegare gli ormeggi più in fretta possibile. Aveva il volto stravolto, i vestiti bagnati dalla pioggia battente e una valigetta ventiquattrore stretta disperatamente sotto il braccio sinistro.
— "Daniele!" – ho urlato con tutta la forza che avevo in corpo, sovrastando il rumore del mare e del vento.
L'uomo si è voltato di scatto, barcollando leggermente sul ponte bagnato. Quando ha riconosciuto la mia figura immobile sotto il lampione tremolante della banchina, i suoi occhi si sono spalancati per il terrore e la rabbia repressa. — "Tu... brutta vecchia rompicoglioni!" – ha urlato, saltando giù dalla passerella e atterrando pesantemente sulla banchina, avanzando verso di me con i pugni chiusi e un'espressione folle sul viso. "Hai rovinato tutto! Anni di sacrifici, la mia carriera, il mio studio... tutto distrutto per un capriccio di tua figlia!"
Non mi sono mossa di un centimetro. Sono rimasta lì, con le mani affondate nelle tasche dell'impermeabile, guardandolo dall'alto in basso con una calma glaciale che lo mandava ancora più in bestia. — "Non hai distrutto solo la tua carriera, Daniele. Hai distrutto la vita di una ragazza che ti amava e si fidava di te" – ho risposto con voce ferma, scandendo ogni singola parola. "E adesso non c'è tribunale al mondo che potrà salvarti dalle tue stesse menzogne."
Daniele ha fatto un passo avanti, alzando minacciosamente le mani come per aggredirmi, accecato dalla rabbia e dalla disperazione. Ma prima che potesse sfiorarmi, il fascio accecante di una decina di torce elettriche ha illuminato a giorno la banchina, accompagnato dal suono inconfondibile degli anfibi della polizia che si stringevano attorno a noi da ogni lato.
— "Polizia! Fermo dove sei, le mani sulla testa!" – tuonò la voce ferma di un ispettore capo, sbucato dalle ombre con la pistola d'ordinanza sguainata ma puntata verso il basso.






