parte3 : La Fuga Verso il Carso
La stanza sembrava essersi improvvisamente rimpicciolita, le pareti si stringevano attorno a noi come le spire di un serpente invisibile mentre l'attesa di una risposta si protraeva in un silenzio intollerabile. Matteo distolse lo sguardo, incapace di reggere il confronto con i miei occhi che lo inchiodavano alle sue responsabilità, e fece un passo indietro, urtando accidentalmente una sedia che produsse uno sferragliamento metallico sul pavimento di legno.
"Non è come pensi, Elena," mormorò infine, la voce ridotta a un sussurro strozzato che faticava a raggiungere le mie orecchie. Ma quella frase, la più abusata e logora di ogni confessione mancata, suonò ai miei orecchi come la conferma definitiva della sua colpevolezza. Non volli ascoltare le sue giustificazioni preventive, le mezze verità o i tentativi maldestri di minimizzare una realtà che ormai gridava la sua urgenza.
Senza dire una sola parola, afferrai il mio cappotto impermeabile appeso all'attaccaprossimhi vicino alla porta d'ingresso, infilai i primi scarponi che trovai nella scarpiera e corsi fuori dall'appartamento, lasciandomi alle spalle le chiamate disperate di Matteo che cercava di rincorrermi lungo le scale del condominio. L'aria umida e tagliente della periferia triestina mi accolse con una raffica gelida mentre mi precipitavo verso la mia utilitaria parcheggiata lungo il viale, le chiavi che tintinnavano freneticamente tra le mie dita intirizzite dal freddo e dal panico.
Salii a bordo, inserii la chiave nel nottolino e misi in moto con un rombo secco del motore, partendo a sgommate prima ancora di aver allacciato la cintura di sicurezza. La destinazione era una sola, l'unica risposta possibile a quel rompicapo devastante: la vecchia villa di mio padre sul Carso, arroccata tra le rocce calcaree battute dalla bora e circondata da boschi fitti di pini neri e querce secolari.
La strada si snodava in salita con curve a gomito che tagliavano la roccia viva, mentre la pioggia cominciava a trasformarsi in una fitta cortina di nebbia lattiginosa che riduceva la visibilità a pochi metri. Ogni tornante sembrava allontanarmi dal mondo civile e sicuro che conoscevo, risucchiandomi in una dimensione atemporale fatta di ombre, pietre grigie e antichi rancori familiari che non avevo mai compreso fino in fondo.
Quando finalmente arrivai in cima, posteggiai bruscamente l'auto nel cortile sterrato della villa, spegnendo i fari ma lasciando il motore acceso che brontolava debolmente nel silenzio spettrale del bosco circostante. La grande casa di pietra appariva buia e minacciosa, con le finestre sbarrate da scuri di legno logorati dalle intemperie, ma un filo di fumo sottile e grigiastro si levava imperterrito dal vecchio camino in pietra, segno inequivocabile che mio padre era lì dentro, ad attendermi o forse a isolarsi dal resto del mondo per proteggere un segreto troppo grande da custodire da solo.
Scesi dall'auto con il cuore in gola, avanzai a passi incerti lungo il sentiero lastricato di ghiaia bagnata e alzai la mano per battere con forza contro il massiccio portone di legno massello, pronta a pretendere la verità a qualunque costo, senza sapere che al di là di quella soglia si celava una rivelazione destinata a cambiare per sempre il corso della mia esistenza.






