Il Rifiuto sul Sagrato di Trieste
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Il Rifiuto sul Sagrato di Trieste

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parte13 : L'Arrivo della Legge e la Svolta

Il suono delle sirene della polizia divenne via via più vicino, finché due auto della squadra mobile della questura di Trieste non invasero completamente il cortile sterrato della villa, illuminando la facciata antica con i lampeggianti blu accecanti. Gli sportelli si aprirono all'unisono e diversi agenti in tenuta antisommossa e impermeabili d'ordinanza scesero rapidamente, circondando la casa con le armi pronte prima di comprendere la situazione reale.

Fui io stessa a correre verso la porta spalancata, alzando le mani per far capire che eravamo fuori pericolo e indicando subito l'interno del salone dove l'avvocato Moretti giaceva legato sul pavimento, immobilizzato da mio padre e Matteo. Il commissario di polizia, un uomo alto dai modi sbrigativi ma professionali, entrò seguito da due agenti, esaminando rapidamente la scena del crimine e raccogliendo la pistola ancora calda vicino al camino.

"Siete stati voi a chiamare la centrale?" chiese il commissario, scrutando i nostri volti provati dalla stanchezza e dalle lacrime. "No, commissario," rispose mio padre con calma, indicando il telefono satellitare appoggiato sulla scrivania. "Ma avevo impostato un segnale di allarme silenzioso collegato direttamente con il commissariato fin dal momento in cui ho capito che la situazione stava degenerando." Moretti fu sollevato di peso dagli agenti, ammanettato strettamente e condotto fuori dalla villa sotto una pioggia battente che ormai si era trasformata in una fine e insistente nebbiolina autunnale.

Prima di salire sulla volante della polizia, l'avvocato si voltò un'ultima volta verso di noi, con il volto sfigurato dalla rabbia e dalla sconfitta, mormorando parole incomprensibili che furono immediatamente soffocate dal rombo del motore. Rimanemmo io, mio padre e Matteo soli nel grande salone della villa, circondati dal disordine e dal profumo acre del fumo, ma per la prima volta dopo mesi l'atmosfera non era più oppressa da segreti e menzogne.

Mio padre si avvicinò lentamente a Matteo, posandogli una mano pesante ma paterna sulla spalla in segno di tacito perdono per il passato, mentre Matteo abbassava lo sguardo in segno di rispetto e gratitudine. Mi voltai verso la finestra che dava sul golfo, vedendo i primi raggi di sole filtrare tra le nuvole nere all'orizzonte, annunciando l'alba di un giorno completamente nuovo. Ma proprio mentre pensavamo che ogni incubo fosse finalmente finito, il cellulare di Matteo, rimasto dimenticato sul tavolino della cucina, iniziò a squillare con insistenza, mostrando sullo schermo un numero sconosciuto e un messaggio di testo cifrato che avrebbe rimesso in discussione ogni nostra certezza...