«Federica, ti prego, non fumare qui», chiesi a mia nuora. Quindici minuti dopo, la mano di Matteo mi colpì in pieno viso, nella villa da 2,3 milioni di euro che avevo pulito con le mie stesse mani quando lui aveva appena sei anni — e quella sera telefonai a tre persone che, in famiglia, nessuno sapeva nemmeno che esistessero.
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«Federica, ti prego, non fumare qui», chiesi a mia nuora. Quindici minuti dopo, la mano di Matteo mi colpì in pieno viso, nella villa da 2,3 milioni di euro che avevo pulito con le mie stesse mani quando lui aveva appena sei anni — e quella sera telefonai a tre persone che, in famiglia, nessuno sapeva nemmeno che esistessero.

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PARTE 9 – Il laboratorio di San Lazzaro

La notizia della scarcerazione provvisoria di Matteo fu come una doccia fredda che raggelò l'atmosfera all'interno del van. Il viaggio lungo l'autostrada A1 verso Bologna proseguì in uno silenzio teso, rotto soltanto dal ticchettio della pioggia battente che aveva iniziato a colpire il parabrezza.

«Come è potuto succedere, Lorenzo?» chiesi, guardando l'avvocato che continuava a digitare furiosamente sul suo telefono. «Com'è possibile che un uomo che ha commesso tutti quei reati venga scarcerato in meno di ventiquattro ore?»

Lorenzo lasciò andare un lungo sospiro di frustrazione. «Il Conte Ricasoli ha mosso le sue pedine più alte, Ornella. Hanno fatto leva su un presunto vizio di forma nella notifica dell'arresto in flagranza e hanno presentato un certificato medico falso che attesta un 'grave stato d'ansia e incapacità di intendere e volere' di Matteo. Lo hanno fatto trasferire nella clinica 'Villa Armonia' vicino a Moncalieri. È una struttura privata di proprietà della fondazione del Conte. In realtà, non è una scarcerazione per salvarlo: lo stanno tenendo come ostaggio per costringerti a uscire allo scoperto.»

«Vogliono usarlo come merce di scambio,» aggiunse Elena, il blocco per appunti aperto sulle ginocchia. «Sanno che sei sua madre. Pensano che, di fronte al pericolo che Matteo possa 'avere un incidente' dentro quella clinica, ti presenterai da loro consegnando la chiave d'ottone e il taccuino.»

Chiusi gli occhi per qualche istante. L'immagine di Matteo bambino, quando gli rimboccavo le coperte nel nostro freddo appartamento di Bologna e gli promettevo che un giorno non avremmo più dovuto preoccuparci del cibo o del riscaldamento, si sovrappose all'immagine dell'uomo che mi aveva colpita al viso senza alcuna esitazione per compiacere sua moglie.

«Se pensano che io sia ancora la vecchia debole e sottomessa dei mesi scorsi,» dissi riaprendo gli occhi, «si sbagliano di grosso. Non baratterò la verità e la giustizia per un uomo che si è venduto al miglior offerente. Matteo ha fatto le sue scelte. Io farò le mie.»

Verso le cinque del pomeriggio, il van lasciò l'autostrada e s'inoltrò lungo le strade secondarie di San Lazzaro di Savena, arrampicandosi verso le colline bolognesi. La pioggia si era trasformata in una foschia fitta che avvolgeva gli alberi e le vecchie case di pietra.

Ci fermammo davanti a un cancello di ferro battuto completamente arrugginito, nascosto da una vegetazione fitta ed esuberante. La piccola casa di campagna in pietra a vista sembrava dimenticata dal tempo. Nessuno vi metteva piede da oltre venticinque anni, da quando Ernesto era passato a miglior vita.

Usai una vecchia chiave che tenevo sempre nel mio portafoglio per aprire il lucchetto del cancello. Salimmo il breve viottolo di ghiaia. L'aria profumava di terra bagnata, muschio e ricordi lontani.

Entrammo nell'abitazione. L'interno era polveroso, ma i mobili in legno massiccio, le vecchie credenze e le sedie impagliate erano esattamente dove li avevamo lasciati. Sulle pareti c'erano ancora le vecchie fotografie di me ed Ernesto da giovani, sorridenti durante una scampagnata pasquale.

«È incredibile...» mormorò Elena guardandosi intorno con rispetto. «Sembra una capsula del tempo.»

«Il laboratorio di Ernesto è nel seminterrato,» spiegai, incamminandomi verso una porta di legno scuro situata sotto la scalinata principale.

Marco estrasse una torcia tattica ad alta intensità dalla sua borsa, illuminando i gradini di pietra che scendevano nell'oscurità. Salimmo e scendemmo con cautela. Il seminterrato era asciutto, privo dell'umidità tipica delle vecchie cantine, grazie a un sistema di aerazione in rame che mio marito aveva installato personalmente.

Al centro della stanza c'era un grande banco da lavoro in quercia, coperto da vecchi strumenti da orologiaio, lenti d'ingrandimento, presse per la rilegatura e rulli d'inchiostro. Alle pareti, centinaia di schedari metallici perfettamente ordinati.

«Ernesto passava qui le sue notti,» dissi sfiorando il banco di legno. «Mi diceva sempre che stava riparando vecchi orologi per integrare la sua paga. In realtà, qui esaminava i documenti e i microfilmi che la casa d'aste gli ordinava di trasportare.»

Marco si avvicinò a una grande cassaforte a muro di produzione tedesca risalente agli anni cinquanta, incassata direttamente nella roccia della collina.

«È qui dentro il codice di sblocco biometrico per il caveau di Ginevra?» chiese Marco.

«No,» risposi. «Ernesto era un uomo cauto. Non usava combinazioni scritte. Usava la musica.»

Lorenzo mi guardò stupito. «La musica?»

Mi avvicinai a un vecchio carillon in legno di noce posizionato nell'angolo del banco da lavoro. La struttura del carillon era collegata a una serie di ingranaggi metallici che penetravano direttamente all'interno della parete dietro la cassaforte.

«Ernesto ha inciso il codice di sblocco sulle punte del cilindro di questo carillon,» spiegai. «La melodia è una composizione che solo lui e sua sorella Teresa conoscevano. Bisogna girare la manovella seguendo un ritmo preciso. Se si sbaglia una sola nota, il meccanismo blocca permanentemente la cassaforte e invia un segnale di allarme.»

In quel preciso istante, la porta in cima alle scale del seminterrato si spalancò con un violento boato.

Passi pesanti e veloci cominciarono a scendere la scalinata di pietra. Lorenzo e Marco si posero immediatamente davanti a me, mentre Marco estrasse una pistola d'ordinanza regolarmente detenuta dalla sua custodia ascellare.

«Fermi tutti!» gridò Marco puntando l'arma verso le scale.

Dall'oscurità delle scale emerse una figura anziana, bagnata dall'acqua della pioggia, con il fiato corto e gli abiti inzuppati. Non erano gli uomini del Conte Ricasoli.

Era Teresa, mia cognata, arrivata da Asti scortata da un conducente locale. Ma dietro di lei, legata con delle fascette di plastica alle mani e scortata da un uomo alto in impermeabile scuro, c'era un'altra persona.

Era Eleonora, la madre di Federica.

«Ornella!» gridò Teresa con le ultime forze che le rimanevano. «L'hanno presa! L'hanno seguita fin da Asti! Eleonora ha tradito tutti di nuovo! Ha dato la posizione di questo posto al Conte!»

L'uomo nell'impermeabile scuro avanzò nella luce della torcia, mostrando un piccolo dispositivo elettronico con un pulsante rosso già premuto.

«Buonasera, Signora Ornella,» disse l'uomo con un sorriso gelato. «Il Conte Ricasoli le invia i suoi più cordiali saluti. E vi informa che la casa è circondata da dieci minuti.»