«Federica, ti prego, non fumare qui», chiesi a mia nuora. Quindici minuti dopo, la mano di Matteo mi colpì in pieno viso, nella villa da 2,3 milioni di euro che avevo pulito con le mie stesse mani quando lui aveva appena sei anni — e quella sera telefonai a tre persone che, in famiglia, nessuno sapeva nemmeno che esistessero.
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«Federica, ti prego, non fumare qui», chiesi a mia nuora. Quindici minuti dopo, la mano di Matteo mi colpì in pieno viso, nella villa da 2,3 milioni di euro che avevo pulito con le mie stesse mani quando lui aveva appena sei anni — e quella sera telefonai a tre persone che, in famiglia, nessuno sapeva nemmeno che esistessero.

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PARTE 11 – La melodia della verità

La prima nota del carillon risuonò nel seminterrato con una purezza quasi spettrale, sovrapponendosi ai colpi sordi e ritmici che arrivavano dalla paratia in ferro. Gli uomini di Valerio stavano usando una mazza da demolizione per tentare di scardinare il telaio di contenimento, ma la struttura in acciaio rinforzato concepita da mio marito resisteva incrollabile.

«Tre giri in senso orario...» mormorò Teresa al mio orecchio, la sua voce calda e rassicurante. «Rimani concentrata, Ornella. Ignora il rumore esterno.»

Girai la manovella con precisione millimetrica. La musica era quella di una vecchia canzone popolare bolognese, 'L'antica fontana', la stessa melodia che Ernesto intonava a bassa voce quando tornava stanco dai lunghi viaggi di lavoro e mi trovava ad aspettarlo in cucina con la cena calda.

Un giro... due giri... tre giri.

Il meccanismo interno rilasciò un piccolo scatto metallico. Una spia meccanica di colore verde si accese sulla parte superiore del carillon.

«Ora la pausa sulla nota FA nitido,» disse Teresa, trattenendo il respiro.

Farmai la manovella esattamente sulla quarta tacca d'ottone. Il carillon emise un timbro prolungato, profondo, che fece vibrare il banco di legno. Sentii un serie di ingranaggi interni sbloccarsi uno ad uno all'interno della parete di roccia.

«Ora due giri veloci all'indietro!» esclamò Marco, tenendo d'occhio sia il cronometro sia il tablet su cui stava canalizzando il segnale criptato.

Eseguii il movimento senza esitazione. Un forte tonfo rimbombò dietro la cassaforte di produzione tedesca. La pesante porta in ghisa da trecento chili si discostò dalla parete di tre centimetri, rivelando un vano illuminato da una piccola spia d'emergenza a batteria.

Lorenzo e Marco si avvicinarono immediatamente. All'interno della cassaforte non c'erano mazzette di banconote né lingotti d'oro. C'era una serie di bobine di microfilm originali, tre registri rilegati in pelle con le sigilli in cera d'epoca e un dispositivo di lettura biometrico di prima generazione, modificato manualmente da Ernesto per leggere le impronte digitali e l'iride di una sola persona al mondo.

Mia.

«Ernesto ha cifrato l'accesso biometrico sul tuo profilo, Ornella,» disse Marco esaminando il lettore ottico con una torcia. «Nessun altro al mondo avrebbe potuto aprire questo caveau a Ginevra. Nemmeno Matteo, nemmeno la famiglia di Federica con tutte le loro risorse finanziarie. Tu eri l'unica chiave vivente.»

Mi avvicinai al lettore ottico. Posai il mio pollice sinistro sul vetro protettivo ed accostai l'occhio destro alla lente. Un fascio di luce rossa scansionò la mia pelle e la mia retina.

Un segnale acustico prolungato confermò l'autenticazione. Sul display a cristalli liquidi comparve una sequenza alfanumerica di trentadue cifre, affiancata da un codice QR ad altissima densità: il codice d'accesso globale per il Caveau 412 della Banca Fiduciaria di Ginevra.

«L'abbiamo trovato...» sussurrò Elena, portandosi le mani al viso per la commozione. «Abbiamo il codice completo.»

«Marco, carica tutto sul server protetto!» ordinò Lorenzo con fermezza. «Invia il file cifrato direttamente alla Procura Generale della Repubblica a Roma, all'Interpol e alle redazioni delle principali testate giornalistiche europee!»

Marco collegò il tablet alla porta dati del lettore biometrico. «Caricamento avviato. Tempo stimato di trasferimento: novanta secondi.»

In quel preciso istante, un forte stridore di metallo tagliato dal fuoco rimbombò dalla paratia d'ingresso. Una fiamma azzurra e brillantissima cominciò a penetrare la lamiera di ferro: gli uomini di Valerio stavano usando una lancia termica portatile per sciogliere la serratura.

Valerio, ancora legato a terra, lasciò andare una risata roca e maligna. «Siete arrivati tardi, vecchiacci! Tra tre minuti la porta crollerà e i miei uomini vi massacreranno tutti! Non uscirete mai vivi da questa collina!»

Eleonora piangeva istericamente nell'angolo. «L-lasciatemi uscire! Io non c'entro niente! Dategli i file!»

Mi voltai verso Valerio. Mi avvicinai a lui lentamente, senza alcuna traccia di terrore nel mio sguardo.

«I tuoi uomini possono anche abbattere quella porta, Valerio,» dissi con tono calmo ma implacabile. «Ma fra sessanta secondi il trasferimento sarà completato. E una volta che i dati saranno sui server dell'Interpol, la vita del Conte Ricasoli, la tua e quella di tutti i suoi complici non varrà più un singolo centesimo. Diventerete tutti dei bersagli della giustizia internazionale.»

Valerio smise di ridere. La sua cicatrice si contrasse in una smorfia di puro panico mentre guardava la spia del tablet di Marco che avanzava inesorabilmente: 80%... 85%... 90%...

«Trasferimento completato!» annunciò Marco con voce di vittoria. «I documenti sono ufficialmente depositati presso le cancellerie giudiziarie di tre Paesi!»

Nello stesso istante in cui il trasferimento si concludeva, la paratia di ferro crollò in avanti con un boato assordante, riempiendo la stanza di fumo denso e scintille.Tre uomini armati fecero irruzione nel seminterrato con le pistole spianate.

«Fermi tutti o spariamo!» urlò il capo della squadra d'assalto.

Ma prima che potessero fare un solo passo avanti all'interno della stanza, una serie di abbaglianti granate acustiche e fumogene esplosero nel corridoio alle loro spalle!

Voci tonanti e perentorie echeggiarono dal piano superiore: «GIOVANNI!! NUCLEO OPERATIVO SPECIALE CARABINIERI! GIÙ LE ARMI! A TERRA! IMMOBILI!»

I Carabinieri del ROS, guidati dal Capitano Rinaldi che era riuscito a rintracciare la nostra posizione grazie al segnale satellitare riattivato da Marco, invasero il seminterrato a decine, disarmando e bloccando gli uomini del Conte in una manciata di secondi!

Il Capitano Rinaldi scese le scale di corsa, la pistola in pugno, fermandosi di fronte a me.

«Signora Ornella! Sta bene?» chiese il Capitano, visibilmente sollevato.

«Sto bene, Capitano,» risposi facendogli un leggero cenno con la testa. «La verità è finalmente uscita dalla cantina.»

In manette, Valerio ed i suoi uomini vennero scortati verso l'esterno insieme ad Eleonora, che continuava a proclamarsi innocente mentre veniva caricata su un furgone blindato.

Il Capitano Rinaldi si avvicinò a Lorenzo. «Abbiamo fatto irruzione anche alla clinica 'Villa Armonia' dieci minuti fa. Il Conte Ricasoli è stato arrestato mentre tentava di salire su un elicottero privato. E... abbiamo recuperato tuo figlio Matteo.»

Un tuffo al cuore mi colse a quella menzione. «Come sta Matteo, Capitano?»

Il Capitano Rinaldi mi guardò con uno sguardo velato di tristezza. «Sta bene fisicamente, Signora. Ma quando ha capito che il Conte stava per farlo eliminare dopo aver ottenuto la chiave, è crollato emotivamente. Ha chiesto solo di poterle parlare.»

Guardai Lorenzo, Elena e Teresa. Poi guardai il carillon di mio marito Ernesto che aveva appena compiuto la sua missione finale.

«È tempo che io parli con mio figlio per l'ultima volta,» dissi.