PARTE 3 – Il prezzo del silenzio
Le parole che uscivano dall'altoparlante del telefono di Matteo erano chiaramente udibili nel silenzio spettrale che era calato nell'atrio della villa. La voce del suo socio in affari, l'ingegner Bernardi, era alterata, colma di un panico male occultato.
«Matteo! Che diavolo sta succedendo?!» urlava la voce dal telefono. «Ho appena ricevuto una notifica ufficiale dalla guardia di finanza e da uno studio legale di Milano! Hanno bloccato l'accordo di fusione per la società! Dicono che ci sono irregolarità gravissime nella provenienza del capitale sociale iniziale e che i diritti di proprietà della villa che abbiamo dato come garanzia bancaria sono sub iudice! Se non risolvi questa cosa entro oggi, salta tutto e ci portano tutti in tribunale!»
Matteo lasciò cadere il braccio lungo il fianco, lo smartphone che rischiava di scivolargli dalle dita sudate. Guardò Marco, l'investigatore finanziario, che gli restituì uno sguardo calmo, quasi annoiato.
«Te l'avevo detto, Matteo,» disse Marco incrociando le braccia. «Quando mi metto a tracciare i flussi di denaro, non mi fermo alla superficie. Tu hai usato la fideiussione sul nome di tua madre e i titoli di stato che le appartenevano per ottenere i prestiti bancari con cui hai fondato la tua prima società. Poi hai trasferito i beni a tuo nome con firme falsificate mentre lei era ricoverata in ospedale cinque anni fa per la sua polmonite.»
Federica sbarrò gli occhi, voltandosi di scatto verso il marito con un'espressione di puro orrore e rabbia. «Cosa?! Matteo, di cosa sta parlando questo individuo? Mi avevi detto che quei soldi erano l'eredità di tuo nonno! Mi avevi giurato che eri un imprenditore che si era fatto da solo!»
«Zitta, Federica! Non capisci niente!» le urlò contro Matteo, perdendo del tutto il controllo della facciata di uomo d'affari di successo che si era costruito addosso.
La porta d'ingresso si aprì ulteriormente e la madre di Federica, la Signora Eleonora, entrò nell'atrio indossando un cappotto di pelliccia e portando sotto braccio una borsa firmata. Si fermò di colpo di fronte alla scena, squadrando i presenti con aria sdegnata.
«Ma cosa sta succedendo qui?» pretese di sapere Eleonora, aggiustandosi gli occhiali da sole. «Federica, tesoro, chi è questa gente accampata in casa vostra? E perché la vecchia ha ancora quella faccia gonfia? Non mi dire che hai fatto di nuovo delle storie per la pulizia della cucina, Ornella!»
Elena, la giornalista, fece un passo avanti verso la Signora Eleonora, estraendo dal suo blocco di appunti una fotocopia stampata di recente. «Signora Eleonora, giusto? È fantastico che sia qui. Forse può spiegarci come mai la società d'aste di suo fratello ha venduto due quadri di valore appartenenti al patrimonio di famiglia della Signora Ornella tre mesi fa, senza che la legittima proprietaria vedesse mai un singolo euro del ricavato.»
Eleonora impallidì visibilmente sotto il pesante strato di trucco, facendo un passo indietro verso la porta. «I-io non so di cosa stia parlando! Quelli erano regali di famiglia! Regali per il matrimonio di mia figlia!»
«Un regalo implica il consenso, signora,» intervenne Lorenzo con tono solenne. «E la signora Ornella non ha mai firmato alcun atto di donazione. Abbiamo le perizie grafologiche pronte. La firma di mia cliente è stata palesemente contraffatta. E questa non è più una semplice lite familiare. Questo è un'associazione a delinquere finalizzata alla circonvenzione di incapace e alla truffa aggravata.»
Matteo si portò le mani ai capelli, crollando in ginocchio sul pavimento lucido dell'ingresso, esattamente dove dodici ore prima mi aveva vista cadere dopo il suo schiaffo. La sua arroganza era completamente evaporata, sostituita da un terrore cieco per le conseguenze delle sue azioni.
«Mamma... ti prego...» supplicò Matteo, alzando gli occhi verso di me. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, ma non erano lacrime di pentimento per avermi colpita o umiliata; erano lacrime di un uomo colto in trappola che vedeva crollare il suo castello di carte. «Non farlo. Distruggerai la mia vita. Finirò in prigione! Perderò la società, la villa, tutto!»
Guardai mio figlio dall'alto in basso. Per mesi avevo cercato nei suoi occhi un barlume dell'amore che ci univa quando eravamo soli in quel piccolo bilocale a Bologna, quando lavoravo sedici ore al giorno nei turni di notte in fabbrica per pagargli gli studi e i vestiti migliori, affinché non si sentisse mai inferiore agli altri. Avevo rinunciato alla mia salute, respirando le polveri tossiche che mi avevano distrutto i polmoni, pur di dargli un futuro. E lui mi aveva ripagata trasformandomi in una serva nella sua casa, permettendo a sua moglie di trattarmi come un rifiuto e, infine, alzando le mani su di me.
«Sei stato tu a distruggere la tua vita, Matteo,» risposi con una voce che non riconobbi nemmeno io, tanto era fredda e distaccata. «Il giorno in cui hai pensato che la mia bontà fosse debolezza. Il giorno in cui hai pensato che una madre possa essere calpestata impunemente.»
Federica, vedendo il marito spezzarsi e capendo che la situazione stava precipitando in modo irreversibile, cercò un cambio di strategia. Si avvicinò a me con passo incerto, le mani giunte in segno di preghiera, scoppiando in un pianto sommesso e artificiale.
«Signora Ornella... la prego, guardi me...» disse Federica con voce tremante. «È stato tutto un tremendo equivoco! Io... io ero solo stressata per i preparativi delle vacanze! Non volevo mancarle di rispetto! Matteo è stato impulsivo, era nervoso per il lavoro... Ma siamo una famiglia! Non vorrà davvero rovinare il futuro di suo figlio e la nostra reputazione per un piccolo litigio domestico?»
Elena ridacchiò amaramente. «'Piccolo litigio domestico'? Signora Federica, il referto medico che abbiamo già prenotato presso la clinica universitaria di Torino descrive lesioni personali con una prognosi che supererà i venti giorni. Questo significa procedibilità d'ufficio per lesioni aggravate.»
«Inoltre,» aggiunse Lorenzo, estraendo una penna stilografica d'argento dalla tasca e posandola sul documento che aveva appoggiato sul tavolo, «abbiamo qui una proposta di accordo stragiudiziale. Ma le condizioni non sono negoziabili.»
Matteo alzò lo sguardo, la voce tremante. «Quali... quali condizioni?»
Lorenzo aprì il faldone e iniziò a leggere con voce chiara e scandita. «Primo: il trasferimento immediato e incondizionato della titolarità della villa al nome della Signora Ornella, come parziale risarcimento per i capitali sottratti negli ultimi dieci anni. Secondo: l'abbandono immediato dell'immobile da parte tua e di tua moglie entro le prossime ventiquattro ore. Terzo: la restituzione integrale, con gli interessi, dei 1.400 euro mensili illegittimamente prelevati dalla sua pensione.»
«E se non firmo?» ringhiò Matteo, un ultimo bagliore di disperata rabbia che gli riaccendeva gli occhi. «Se rifiuto questa follia? Questa casa è intestata a me! Nessun giudice vi darà ragione dall'oggi al domani!»
Marco fece un passo avanti, piegandosi leggermente verso Matteo. «Se non firmi entro i prossimi cinque minuti, invierò una cartella contenente trecento pagine di rendiconti bancari secretati direttamente alla Procura della Repubblica e alla redazione del principale quotidiano della regione. Domani mattina il tuo nome sarà in prima pagina, la tua società sarà commissariata e la banca escuterà immediatamente tutte le tue garanzie personali. Sarai sul lastrico e in prigione entro la fine del mese.»
Il silenzio ritornò nell'atrio, più pesante e opprimente che mai. Il ticchettio dell'orologio a pendolo sembrava contare i secondi di un conto alla rovescia inesorabile. Matteo guardò sua moglie, ma Federica si era già allontanata da lui, guardandolo con un misto di rabbia e disgusto, capendo che l'uomo ricco e potente che aveva sposato era soltanto un guscio vuoto costruito sui debiti e sui furti ai danni della madre.
«Matteo...» disse Eleonora con voce stridula, tirando la figlia per il braccio. «Fai qualcosa! Non vorrai farci cacciare di casa come dei pezzenti!»
Matteo ignorò la suocera. Le sue mani tremavano in modo incontrollabile mentre fissava la penna d'argento posata sul documento di cessione. Sapeva di essere finito. Sapeva che le tre persone che avevo chiamato quella notte non erano semplici conoscenti, ma professionisti altamente qualificati che mi dovevano la vita e che avrebbero usato ogni singola risorsa in loro possesso per distruggerlo.
Con un tremito che gli attraversò tutto il corpo, Matteo allungò la mano verso la penna. Ma proprio mentre la punta stava per toccare la carta, un rumore improvviso proveniente dal piano superiore della villa attirò l'attenzione di tutti.
Un rumore stridente, seguito dal suono di vetri infranti e da un forte tonfo che fece tremare il soffitto.






