«Federica, ti prego, non fumare qui», chiesi a mia nuora. Quindici minuti dopo, la mano di Matteo mi colpì in pieno viso, nella villa da 2,3 milioni di euro che avevo pulito con le mie stesse mani quando lui aveva appena sei anni — e quella sera telefonai a tre persone che, in famiglia, nessuno sapeva nemmeno che esistessero.
News Story

«Federica, ti prego, non fumare qui», chiesi a mia nuora. Quindici minuti dopo, la mano di Matteo mi colpì in pieno viso, nella villa da 2,3 milioni di euro che avevo pulito con le mie stesse mani quando lui aveva appena sei anni — e quella sera telefonai a tre persone che, in famiglia, nessuno sapeva nemmeno che esistessero.

0 visualizzazioni

PARTE 7 – Gli uomini dall'ombra

Il telefono fisso della cucina continuava a squillare con un ritmo metallico e ossessivo. Nessuno nella stanza si mosse per i primi cinque secondi. Lorenzo fece un cenno a Marco, che rapidamente attivò la registrazione audio dal suo tablet per intercettare il segnale.

«Rispondi, Ornella,» mi disse Lorenzo a bassa voce, ponendosi al mio fianco. «Metti il vivavoce. Voglio sentire ogni singola parola.»

Allungai la mano e premetti il pulsante del vivavoce. La linea si aprì con un lieve fruscio di sottofondo, seguito da una voce maschile profonda, rauca, con una marcata cadenza piemontese, del tutto priva di emozioni.

«Signora Ornella,» disse la voce dall'altro capo del filo. «So che suo figlio e la ragazza sono stati presi dalle autorità. Un piccolo incidente di percorso, del tutto irrilevante per noi. Ma quello che c'è dentro quella casa appartiene a chi gestisce i conti da quarant'anni. Non a lei, né al suo defunto marito.»

Guardai il telefono con fermezza, la voce non mi tremò nemmeno per un istante. «Mio marito ha chiuso quei conti vent'anni fa. Voi non avete più alcun diritto su nulla.»

La voce lasciò andare una risata breve e priva di allegria. «Ernesto era un semplice pedone che ha pensato di fare il furbo. Ha nascosto la chiave e il registro prima di crepare. Ora, Signora Ornella, le proponiamo un accordo semplice. Lei ci consegna il taccuino e la chiave d'ottone attraverso i nostri uomini al cancello. In cambio, noi faremo in modo che le accuse più gravi contro suo figlio Matteo vengano ridimensionate. Abbiamo abbastanza influenza per farlo uscire dal carcere entro quarantotto ore con la condizionale.»

L'esca era servita. La tentazione classica di ogni madre: salvare il proprio figlio, l'unica carne della sua carne, il bambino che avevo tenuto tra le braccia e per cui avevo sacrificato la mia giovinezza.

Guardai la fotografia sul comodino che Elena aveva portato dalla mia stanza: Matteo sorridente il giorno del suo diploma. Poi mi toccai la guancia, dove il livido viola pulsava ancora di un dolore sordo.

«Mio figlio ha scelto da che parte stare la sera in cui ha alzato la mano su di me,» risposi con una voce che risuonò nella cucina come pietra scolpita. «Non venderò la memoria di mio marito per salvare un uomo che ha venduto la sua anima per quattro vestiti firmati e una macchina di lusso.»

Un momento di silenzio assoluto seguì le mie parole sulla linea telefona. Si sentiva solo il respiro pesante dell'uomo all'altro capo.

«Un grave errore, Signora,» disse la voce, ora decisamente più fredda. «Lei pensa di essere protetta dai suoi tre giovani amici. Un avvocato, una giornalista e un investigatore non possono fermare ciò che sta per muoversi contro di lei. Ha tre ore di tempo per ripensarci. Alle sei del pomeriggio, i nostri metodi cambieranno.»

La linea cadde con un tono sordo.

Federica, che fino a quel momento era stata seduta su una sedia nell'angolo sorvegliata da uno degli agenti della sicurezza privata (essendo stata rilasciata temporaneamente in attesa formale di udienza con obbligo di dimora), scoppiò in un pianto dirotto.

«Siete dei pazzi!» urlò Federica verso di noi, le lacrime che le rovinavano il trucco perfetto. «Non sapete chi sono quelle persone! È la famiglia di mia madre! Hanno contatti ovunque! Ci uccideranno tutti se non gli date quella maledetta chiave!»

Elena si avvicinò a Federica, guardandola con assoluto disprezzo. «Tua madre e la tua famiglia sono solo dei parassiti che hanno vissuto per decenni sui soldi rubati e sul ricatto. E tu sei stata solo una pedina cupida che ha distrutto la vita di Matteo per guadagnare briciole.»

«Marco,» interruppe Lorenzo, «chi è l'uomo al telefono?»

Marco fece scorrere velocemente i dati sul tablet, incrociando il numero chiamante con i database giudiziari a cui aveva accesso riservato. «Il numero proviene da un telefono usa e getta agganciato a una cella vicino a Torino. Ma il timbro vocale e il modus operandi corrispondono a Conte Umberto Ricasoli, un vecchio fiduciario finanziario legato alla nobiltà decaduta torinese e all'alta finanza svizzera. È lui che gestiva il patrimonio di cui parla il taccuino di Ernesto.»

«Un uomo che pensa di stare sopra la legge,» commentai io.

«Pensava,» correresse Lorenzo con un sorriso tirato. «Perché quello che il Conte Ricasoli non sa è che noi non abbiamo alcuna intenzione di difenderci passivamente in questa villa.»

«Cosa intendi dire, Lorenzo?» chiesi.

Lorenzo si voltò verso di me e mi prese entrambe le mani nelle sue. «Ornella, venticinque anni fa, quando ero un ragazzo di strada senza un futuro e la polizia mi cercava per crimini che non avevo commesso, tu mi hai nascosto nella tua soffitta per due mesi. Mi hai dato da mangiare, mi hai comprato i libri di diritto e hai pagato la mia prima tassa universitaria lavorando nei turni di notte straordinari in fabbrica.»

I suoi occhi si riempirono di una luce intensa. «Mi hai insegnato che la legge deve essere usata per proteggere gli innocenti e punire i potenti che si credono intoccabili. Oggi compiamo l'opera finale.»

«Cosa volete fare?» chiese Elena, la macchina fotografica già pronta.

«Usiamo la chiave,» disse Marco. «Non fra tre ore. Adesso. Andremo alla filiale della banca fiduciaria a Lugano prima che possano bloccarla o tentare un colpo di mano. Ma non andremo soli. Porteremo con noi la stampa nazionale e un pool di magistrati internazionali.»

«E per i due uomini fuori dal cancello?» chiesi.

Marco sorrise, mostrando il suo telefono. «Ho appena inviato le loro fotografie e la registrazione della telefonata direttamente al Comando Generale dei Carabinieri di Torino. La squadra speciale sta già arrivando per prelevarli per minaccia aggravata ed estorsione.»

In quello stesso istante, il suono di altre sirene in lontananza confermò che la trappola si stava chiudendo non solo su Matteo e Federica, ma sull'intera rete di potere che aveva cercato di schiacciarmi per decenni.

Ma mentre ci preparavamo a uscire dalla villa per raggiungere l'auto blindata che Lorenzo aveva fatto arrivare, il citofono suonò un'ultima volta. Non era il Conte, né la polizia.

Era una voce di donna, anziana, tremante, che parlava da una cabina telefonica pubblica:

«Ornella... sono Teresa, la sorella di Ernesto. Non andare a Lugano! È una trappola! Tuo marito non ti ha raccontato tutta la verità su quella chiave!»