PARTE 12 – Il confronto finale
La stanza delle visite del carcere di Torino era spoglia, fredda, illuminata da una luce al neon che ronzava monotonamente sul soffitto. Un grande tavolo di legno scuro divideva la stanza in due metà, con due sedie fissate al pavimento.
Ero seduta da dieci minuti, scortata discrezione da Lorenzo che attendeva fuori dalla porta di plexiglass. Indossavo ancora il mio cardigan giallo, ormai ripulito dalla polvere di San Lazzaro, e la mia guancia sinistra mostrava soltanto una leggera ombra giallastra, l'ultimo ricordo dello schiaffo che aveva cambiato per sempre il corso della nostra vita.
La porta sul lato opposto si aprì con uno scatto metallico. Due agenti di custodia fecero entrare Matteo.
Mio figlio era irriconoscibile. In sole quarantotto ore, l'uomo arrogante, curato nei minimi dettagli e sicuro di sé che viveva nella villa da 2,3 milioni di euro era completamente scomparso. Indossava una tuta grigia della prigione, aveva la barba incolta di due giorni e gli occhi rossi, incavati, segnati da un pianto ininterrotto.
Si fermò sulla soglia, tremando non appena il suo sguardo incrociò il mio.
«Mamma...» balbettò con una voce fioca, quasi irriconoscibile.
Gli agenti lo accompagnarono alla sedia di fronte a me e gli tolsero le manette prima di fare due passi indietro, posizionandosi vicino alla parete.
Matteo si sedette lentamente, nascondendo il viso tra le mani. I suoi orologi di lusso, i suoi abiti firmati, le sue auto sportive non c'erano più a proteggere il suo ego sgonfiato. Di fronte a me c'era soltanto un uomo che aveva perso tutto per inseguire un miraggio di ricchezza costruito sulle menzogne.
«Mamma... ti prego... perdonami...» piagnucolò Matteo senza alzare la testa. «Non volevo farti del male... Io... io ero impazzito! Federica e sua madre mi ricattavano, mi dicevano che se non gli davo quella chiave mi avrebbero rovinato con i creditori! Ero disperato!»
Lo ascoltai in silenzio per un lungo minuto. Le sue parole risuonavano vuote nella stanza spoglia. Cercava ancora scuse, cercava ancora di scaricare la responsabilità sulle donne che si era scelto come compagne, rifiutando di guardare la bruttezza della propria anima.
«Matteo,» dissi con voce tranquilla, priva di rabbia ma del tutto spoglia di affetto materno cieco. «Alzati gli occhi e guardami.»
Mio figlio deglutì a fatica e sollevò lentamente il viso. I suoi occhi cercarono disperatamente nei miei una traccia della vecchia madre che accettava ogni umiliazione pur di non disturbare, della donna che versava la sua pensione sul suo conto per non essere di peso.
Ma non trovò nulla di tutto questo.
«Ti ho guardato crescere per trent'anni,» dissi piano. «Ho lavorato nei turni di notte in fabbrica, respirando la polvere che mi ha distrutto i polmoni, per assicurarmi che tu avessi i vestiti migliori, le scuole migliori, il cibo migliore. Non ti ho mai chiesto nulla in cambio, se non di diventare un uomo d'onore. Un uomo di cui tuo padre potesse essere orgoglioso.»
«Lo so, mamma... lo so!» interruppe Matteo, sporgendosi verso di me. «Ho sbagliato tutto! Ma ti giuro che cambierò! Quando uscirò di qui ritorneremo a vivere insieme! Venderemo tutto e ricominceremo da capo a Bologna! Ti accudirò io, ti giuro che non ti farò mai più mancare nulla!»
Un piccolo sorriso amaro mi increspò le labbra.
«Non ricominceremo nulla insieme, Matteo,» risposi con ferma incrollabile. «Io non sono più la tua serva, né la tua copertura fiscale. Questa mattina ho firmato i documenti definitivi con l'avvocato De Santis. Tutti i beni riconducibili al conto fiduciario di tuo padre, compresa la villa che avevi intestato a te stesso con firme false, sono stati definitivamente sequestrati e devoluti a una fondazione per le vittime di violenza domestica ed estorsione che porterà il nome di tuo padre Ernesto.»
Matteo sbarrò gli occhi, lo shock che gli bloccò il respiro. «Cosa?! Hai... hai regalato la villa?! E i soldi?! E la mia eredità?!»
«L'unica eredità che tuo padre ti ha lasciato era l'onestà,» dissi. «E tu l'hai buttata nel spazzatura il giorno in cui hai permesso a tua moglie di sputare nel mio piatto e il giorno in cui la tua mano ha colpito il mio viso per farmi stare zitta.»
«Mamma! Non puoi farmi questo!» gridò Matteo, cercando di alzarsi, ma gli agenti di custodia lo bloccarono immediatamente spingendolo di nuovo sulla sedia. «Sono tuo figlio! Ti sei data da fare per tre sconosciuti che hai chiamato quella notte e lasci me a marcire in prigione?!»
«Quei tre 'sconosciuti', Matteo,» risposi alzandomi con dignità, «sono diventati la mia vera famiglia perché non hanno mai dimenticato chi li ha aiutati quando stavano affondando. Tu, invece, hai dimenticato chi ti ha dato la vita non appena hai assaggiato un po' di denaro.»
Mi voltai verso la porta per uscire.
«Mamma! Non te ne andare! Mamma!» urlava Matteo dietro di me, le sue grida che rimbombavano nei corridoi del carcere. «Ti prego! Dammi un'altra possibilità! Mamma!»
Non mi voltai indietro. Quando la porta di ferro si chiuse alle mie spalle, sentii che l'ultimo legame di dolore che mi teneva incatenata al passato si era finalmente spezzato.
Lorenzo mi attendeva nel corridoio est. Mi prese il braccio con delicatezza. «Tutto bene, Ornella?»
«Sì, Lorenzo,» risposi facendo un profondo respiro. «Ora sto bene. Portami a casa.»
«A quale casa?» chiese Lorenzo sorridendo.
«A San Lazzaro,» risposi. «La casa dove c'è ancora il profumo di Ernesto.»
Ma mentre varcavamo la porta d'uscita del carcere per raggiungere l'auto, Elena corse verso di noi tenendo il telefono cellulare in mano con un'espressione stravolta.
«Lorenzo! Ornella!» esclamò Elena con il fiato corto. «È appena arrivata una notifica dalla Svizzera! Il Caveau 412 di Ginevra è stato aperto venti minuti fa dalle autorità elvetiche!»
«E cosa hanno trovato dentro?» chiese Lorenzo.
Elena ci guardò con gli occhi sbarrati. «Oltre ai documenti d'archivio... c'era una seconda lettera sigillata da Ernesto. Una lettera indirizzata a tre bambini raccolti dalla strada trent'anni fa.»






