Il cuore mi sfarfallò nel petto come un uccello in gabbia. Vent'anni di vita tranquilla, di pratiche amministrative e di spesa al supermercato si dissolsero in un secondo, sostituiti dall'istinto primordiale di una madre disposta a tutto pur di salvare il proprio figlio.
«Non possiamo aspettare», dissi con fermezza a Marcus. «Entriamo adesso.»
Marcus mi guardò, valutò la mia determinazione e annuì. Estrasse da una sacca due pettorine ad alta visibilità e due tesserini magnetici contraffatti dell'azienda di manutenzione ascensori di Londra. «Mantieni la calma, Emily. Sembri un'ispettrice della sicurezza. Se esiti, ci scopriranno subito.»
Ci avvicinammo all'ingresso del garage sotterraneo proprio mentre il furgone della manutenzione originale stava uscendo. Marcus utilizzò un piccolo jammer di frequenze per bloccare temporaneamente i sensori della telecamera sopra la barra d'accesso, consentendoci di scivolare all'interno prima che il cancello automatico si richiudesse pesante.
Il garage sotterraneo era un salone luccicante di auto d'epoca e sportive. Ci dirigemmo verso l'ascensore di servizio situato sul retro. Marcus inserì un dispositivo di bypass nella centralina del vano ascensore, forzando la salita diretta fino all'ultimo piano, dove si trovava l'attico padronale.
Mentre la cabina dell'ascensore saliva in silenzio, controllai la carta nera nella mia tasca. Le mie dita tremavano. Se tutto fosse andato secondo i piani, avremmo preso Tyler, unito la carta al dispositivo contenente il secondo codice e ci saremmo diretti direttamente all'Ambasciata Americana prima che Harrison potesse intervenire.
Le porte dell'ascensore si aprirono con un lieve segnale acustico direttamente nell'atrio privato del residence. Il pavimento in marmo bianco rifletteva la luce dorata dei lampadari di cristallo. Un silenzio irreale avvolgeva l'appartamento.
«Tyler?» sussurrai a bassa voce, facendo un passo avanti.
Nessuna risposta.
Ci addentrammo nel corridoio principale, superando un salone immenso con vetrate a tutta altezza che dominavano i tetti di Londra. Improvvisamente, udii dei passi affrettati provenienti dal fondo della galleria dei quadri.
Un ragazzo magro, con i capelli arruffati e lo sguardo pieno di un misto di terrore e sollievo, apparve dalla porta dello studio.
«Mamma!» gridò Tyler, correndo verso di me.
Lo strinsi tra le mie braccia con tutta la forza che possedevo, affondando il viso tra i suoi capelli. Sentii il suo cuore battere all'impazzata contro il mio petto. «Amore mio, stai bene? Ti ho cercato ovunque...»
«Mamma, non c'è tempo», disse Tyler staccandosi rapidamente. Estrasse dalla tasca dei pantaloni un piccolo pennino USB in titanio incastonato con una serratura biomeccanica. «Ho preso la seconda chiave dalla cassaforte di papà nello studio. Ma lui sa che la cassaforte è stata violata. Gli allarmi silenziosi sono scattati cinque minuti fa!»
In quel preciso istante, il suono sordo e pesante dell'ascensore principale che arrivava al piano risuonò nell'atrio.
Le porte si spalancarono e la figura imponente di Harrison Cole emerse dall'ascensore, scortata da tre uomini armati in abito scuro.
Harrison si bloccò per un secondo, poi un sorriso gelato e privo di qualsiasi umanità si espanse sul suo volto spigoloso.
«Che deliziosa ricongiunzione familiare», disse Harrison facendosi avanti con lentezza calcolata. «Sapevo che saresti venuta, Emily. Sei sempre stata così prevedibile nella tua patetica disperazione materna. E tu, Tyler... davvero pensavi che un ragazzino potesse giocare a fare lo spia con me?»






