Le ore successive trascorsero in un limbo sospeso tra la realtà e l'incubo, seduto su una sedia di plastica dura nel corridoio sterile del reparto di terapia intensiva. Ogni rumore di passi, ogni porta che si apriva faceva sussultare il mio corpo stanco, sperando di vedere comparire Marco con buone notizie. Intanto, avevo chiamato mia sorella Clara a Zurigo per metterla al corrente della situazione; mi aveva promesso di prendere il primo volo utile per l'Italia l'indomani mattina. Intorno a me, il mondo continuava a scorrere indifferente: infermieri con cartelle cliniche sottobraccio, parenti di altri pazienti con sguardi bassi e carichi di preoccupazione, il ronzio costante dei macchinari medici in lontananza. Pensavo a mia moglie Elena, al vuoto che aveva lasciato nella nostra vita e al coraggio incredibile con cui aveva affrontato la sua battaglia tanti anni prima. Ora vedevo la stessa forza specchiarsi negli occhi di mia figlia, una tenacia silenziosa che rifiutava di arrendersi senza lottare fino all'ultimo respiro. Finalmente, dopo quelle che erano sembrate eternità, le porte della sala di rianimazione si aprirono e Marco uscì, stanco ma con un'espressione sul volto che non sembrava più del tutto disperata. Si tolse la mascherina chirurgica, si passò una mano tra i capelli grigi e si diresse verso di me con passo lento. Mi alzai di scatto in piedi, le ginocchia che tremavano leggermente per la tensione accumulata. "Marco... com'è la situazione? Come sta la mia bambina?" chiesi con un fil di voce, temendo la risposta. Marco mi posò una mano pesante ma rassicurante sulla spalla, accennando un piccolo sorriso stanco. "È stato un miracolo se l'hai trovata in tempo, Aldo. Le sue condizioni sono critiche, il suo organismo è estremamente debilitato, ma siamo riusciti a stabilizzarla. Ha risposto positivamente alla prima infusione di farmaci e adesso sta riposando in un letto protetto. Ha bisogno di un ciclo di cure molto lungo e mirato, e a questo punto il trasferimento nella clinica specializzata di Zurigo, dove lavora l'équipe di tua sorella, è assolutamente la scelta migliore. Ma la cosa più importante è che adesso lei vuole vivere. Ha di nuovo una ragione per lottare." Sentii un peso immenso sollevarsi dal mio petto, lasciando spazio a un pianto di pura gratitudine e sollievo.

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